La tradizione comunista è internazionalista, non si discute, ma l'internazionalismo non può essere inteso come un dogma o il comandamento di un catechismo laico, come pure il nazionalismo non può essere considerato il vessillo della destra e sua "proprietà intellettuale".Tutto ciò era chiaro anche a Marx e credo che gli esegeti del marxismo lo sappiano perfettamente.

La sinistra non socialdemocratica oggi

Marxismo a parte una grossa porzione della sinistra odierna, parlo di quella sinistra che si pone al di fuori delle socialdemocrazie tradizionali, proietta la sua visione della politica nell'ambito europeo, considerandolo il terreno naturale del conflitto politico e della generalizzazione dei diritti conquistati.

Anche questa appare però una visione condizionata più dall'adesione a una dimensione "ontologica" della politica, a un dover essere, che a una scelta maturata in conseguenza di valutazioni razionali.

Sebbene permanga da parte di questa sinistra una forte ispirazione egualitaria, favorevole a un'economia non liberista, cioè fieramente contraria all'idea di affidare le sorti dell'economia agli "spiriti animali del mercato", la sua azione va ad arenarsi laddove il problema reale assume le sembianze dell'Europa e della sua moneta.

Euro, Europa e riformismo europeo

Ormai è chiaro a tutti che il problema delle economie del sud dell'Europa, deriva in larga parte, anche se non esclusivamente, dalla rigidità imposta dai trattati europei, in primo luogo dal Fiscal Compact e da un cambio fisso che impedisce di ricorrere alla svalutazione come mezzo per recuperare il terreno perduto sul piano dell'esportazione e quindi delle bilancia delle partite correnti.

Tutto ciò lascia come unica via d'uscita la deflazione del lavoro, in pratica una riduzione del costo del lavoro, con conseguenze sul piano sociale che possiamo ben immaginare. Oltretutto se i trattati europei impongono il pareggio di bilancio e di fatto una riduzione della spesa e del debito pubblico, è impossibile pensare ad investimenti pubblici per rilanciare l'economia. In realtà quando si dice "non ci sono le risorse" si parla proprio di questo.

Detto questo la sinistra si trova di fronte a un bivio cruciale: continuare a sostenere il sogno degli Stati Uniti D'Europa e tentare la strada di un "riformismo europeo" per modificare quegli elementi di ineguaglianza e di ingiustizia insiti nel liberismo economico o decidere che ogni riforma è impossibile e che l'Europa è un dispositivo nato appositamente per applicare proprio quei dettami di un'economia liberista che per sua natura mira a ridurre il costo del lavoro e a privatizzare il welfare. In questo caso non resterebbe altra scelta che cercare di disarticolare l'UE e ricominciare da capo il percorso di una federazione fra stati europei sulla base di una concezione dell'economia opposta a quella attualmente dominante.

Decisione non facile, considerando il fatto che i paesi del Nord Europa, Germania in primis non intendono rinunciare ai vantaggi che l'euro concede loro in termini di surplus commerciale, una quota di risorse notevole che non hanno alcuna intenzione di utilizzare per rilanciare economie altrui.

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