Perché si continua a vedere con interesse una serie come "Rectify"? Me lo sono chiesto vedendo la seconda puntata della terza serie: Daniel Holden è stato condannato e deve scegliere uno Stato dove avrà una sorta di domicilio coatto per vent'anni. Ma avrà un po' di tempo per organizzarsi. Ebbene in qualsiasi serie Crime una stasi narrativa di questo peso porterebbe noia e disaffezione. Non in "rectify" che ha un autore - Ray McKinnon - che è un fine psicologo e che sa come insegna il giallista svizzero Hansjorg Schneider che "il tempo aiuta". E giù quindi analisi sul passato di Tawney (Adelaide Clemence) e si scopre che è una figlia adottiva mentre parla con una consulente matrimoniale svelando i sentimenti che lo allontanano dal marito Teddy (Clayne Crawford) che intanto beve al ritmo di una canzone country.

John Holden (Aden Young) invece ripara dalla sorella Amantha (Abigail Spencer) e mentre cerca cosa fare ascolta musica operistica "perché è bello condividere il talento con il mondo senza rancore o invidia".

Ad ogni fotogramma viene voglia di rallentare in "Rectify" perché si sente di perdersi qualcosa, senza poterlo assaporare un po'. Come in quei gialli della Mitteleuropa in terre di confine con contraddizioni giuridiche ed umane. E' chiaro che serie come questa non potranno avere molte stagioni e già i rumors confermati dai dirigenti di Sundance Tv parlando di una fine della fiction alla quarta stagione senza una quinta. Tranne il compianto Larsson avete mai visto durare molto un continuum narrativo di impasto romanzesco?

La creatività costa fatica agli autori che la possiedono e guru come Renzo Arbore ci avvertono da sempre sul dato che la Tv ha una grande capacità di stancare anche il teleutente più appassionato. Si ha come l'impressione che prodotti come questo esulino a volte dal settato narrativo per parlare ad ognuno di noi delle nostre vite. "L'ideale sarebbe quello di capire quando correggere un proprio errore e di farne sempre uno diverso (Alessandro Gassman)".