"L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". Il lavoro come fondamento della democrazia dunque.

Il lavoro è “il segno distintivo dello sviluppo della personalità dell’uomo” (P. Barile). Il lavoro è ”il mezzo più idoneo ad esprimere il pregio di una persona e a valutare la posizione da attribuire ai cittadini nello Stato, poiché non rappresenta soltanto uno strumento per il conseguimento di mezzi di sostentamento, ma il tramite necessario per l’affermazione della personalità” (C. Mortati).

Anche altri articoli della Costituzione italiana trattano il tema del lavoro: l’articolo 4, comma 1 parla di diritto al lavoro "la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto"; l’articolo 35 parla di tutela del lavoro; l’articolo 36 introduce il diritto ad una retribuzione che rispetti i criteri della proporzionalità e della sufficienza, in più tratta anche del diritto al riposo; l’articolo 37 afferma la parità di diritti e compenso tra uomini e donne e tutela il lavoro dei minori; l’articolo 38 parla di assistenza sociale a carico dello Stato, quest’ultimo adotta tutte le misure che servono a garantire un adeguato tenore di vita anche a chi è titolare di un reddito inferiore ad una certa soglia e non può procurarsi altre entrate.

Tutte queste garanzie costituzionali a favore del lavoro portano a pensare che l’intera popolazione italiana lavori. Non potrebbe essere altrimenti, visto che essere disoccupati significa negare l’essenza stessa del nostro essere cittadini italiani.

Ma non è così. Secondo gli ultimi dati ISTAT (novembre 2017), la disoccupazione in Italia è all’11% mentre il tasso di disoccupazione giovanile, tra i 15-24 anni, è al 32,7%.

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E tra gli occupati troviamo chi svolge un lavoro precario, chi viene sfruttato o chi è costretto ad accettare lavori qualitativamente bassi e/o poco sicuri. Soffermiamoci su quest’ultimo tema, la sicurezza sul lavoro. Nei primi sette mesi dello scorso anno, afferma l’Inail, sono aumentati gli incidenti e i morti sul lavoro, il cui numero ha raggiunto quota 591, 29 in più rispetto ai 562 decessi dell’analogo periodo del 2016 (+5,2%).

Le denunce d’infortunio pervenute all’istituto sono state 380.236, 4.750 in più rispetto allo stesso periodo del 2016 (+1,3%), per effetto di un aumento infortunistico dell’1,2% registrato per i lavoratori (2.832 casi in più) e dell’1,4% per le lavoratrici (oltre 1.900 in più).

Ma perché una Repubblica democratica che pone le sue fondamenta sul lavoro ha dati così negativi, quasi incostituzionali?

Tutto questo perché, oggi, il lavoro è entrato in una nuova era, l’era post – industriale. Quest’ultima, sviluppatasi negli ultimi vent'anni del XX secolo, è caratterizzata dall'avvento dell'elettronica, dell'informatica, della telematica e di una tecnologia sempre più avanzata.

John Maynard Keynes già all’inizio novecento parlava di “disoccupazione tecnologica” sostenendo che l’automazione avrebbe progressivamente tolto l’uomo dal mercato del lavoro sostituendolo con macchine più efficienti. Uno dei motivi per cui quanto sostenuto da Keynes non si è ancora avverato va rintracciato nel fatto che la sostituzione dell’uomo con la macchina porta anche ad una riduzione dei prezzi di vendita.

La conseguenza diretta di tale fenomeno è un aumento del reddito reale (al netto dell’inflazione) che permette l’aumento di domanda in settori nuovi andando ad aprire nuovi spazi occupazionali. Se fino ad ora la “disoccupazione tecnologica” è rimasta solo una preoccupazione, molti iniziano a temere che da qui a poco si possa realizzare quanto predetto tempo fa dal noto economista.

La tecnologia e l’innovazione dovrebbero affiancare l’uomo nei compiti più faticosi, nei lavori più pericolosi e non sostituirsi all’uomo stesso. La tecnologia deve aiutare l’essere umano, non creare disoccupazione. Ed è proprio in questo discorso che la nostra Costituzione deve imporsi. Il lavoro oggi non è più, prima e sopra ogni altra cosa, un fatto economico, ma è diventato sempre più un fatto sociale. La persona che non lavora perde la propria dignità. Come ci dice Papa Francesco: "Il lavoro è amico dell’uomo e l'uomo è amico del lavoro e per questo non è facile riconoscerlo come nemico, si presenta come persona di casa anche quando ci colpisce e ci ferisce. Con il lavoro gli uomini sono unti dalla dignità. Attorno al lavoro si edifica l'intero patto sociale. Quando non si lavora, si lavora male, poco o troppo è la democrazia che entra in crisi e tutto il patto sociale. Bisogna guadare senza paura ma con responsabilità alle trasformazioni della tecnologia dell'economia e della vita e non rassegnarsi all’ideologia che prende piede che immagina un mondo dove ci sarà la metà o due terzi dei lavoratori e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale".

Dobbiamo forse ricordarci che la nostra carta costituzionale non è scritta per dei robot, ma è scritta per esseri umani in carne ed ossa. Non garantire diritti al lavoro e ai lavoratori significa non assicurare la democrazia di uno Stato.

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