La morte è tanto amara perché implica la perdita di una vita umana unica nel suo essere e nel suo “sentire” il mondo, e quando si verifica su un luogo di lavoro non si può non pensare che essa sia ingiusta: perché, in effetti, è ingiusto che Angelo Fuggiano, dipendente della ditta appaltatrice del siderurgico Ferplast, sia morto mentre lavorava.

L’incidente all’Ilva

L’Ilva di Taranto: questo il luogo in cui si è verificata tale “morte bianca”. Fuggiano, nato e cresciuto nel quartiere Tamburi della città tarantina, un rione particolarmente vicino agli impianti del polo siderurgico (che, quindi, risente molto dell’inquinamento prodotto da quest’ultimo), era assunto dalla ditta Ferplast, appunto, e stava sostituendo la fune di una gru nel quarto sporgente portuale dell’Ilva.

Una carrucola che stava utilizzando per la manutenzione si sarebbe staccata dall’alloggiamento e, sebbene l’uomo fosse nella sala argani dell’impianto, avrebbe colpito con violenza il lavoratore alla spalla (il cavo è di acciaio spesso). Vani i soccorsi, seppur tempestivi: Fuggiano è morto poco dopo. La Capitaneria di porto ha, frattanto, sequestrato la gru e l’ha posta a disposizione della magistratura - la quale ha disposto un’autopsia sul cadavere -.

Proclamato immediatamente lo sciopero

La notizia dell’accadimento è circolata rapidamente negli impianti Ilva, ove peraltro era in corso un’assemblea organizzata da Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm e Usb per giustificare lo stop imposto dai sindacati metalmeccanici alle trattative in corso fra il ministero dello Sviluppo Economico e Am Investco, gli acquirenti dell’Ilva - quest’ultimi ultimi hanno elaborato un piano industriale al 2023 nel quale, inizialmente, 10.000 lavoratori ex-Ilva verranno riassunti, numero che poi scenderà ad 8.500 nel 2023 appunto, mentre i restanti 1.500 saranno impiegati da una società mista composta da Invitalia, agenzia pubblica e Ilva stessa.

Il piano è inviso ai sindacati, che invece chiedono la conferma del posto di lavoro per tutti i circa 14.000 occupati dell’Ilva -. Appresa la notizia, subito l’assemblea si è sciolta, ed è stato proclamato lo sciopero del personale diretto e dell’indotto.

Altre vittime al polo siderurgico tarantino

Non è la prima “morte bianca”, questa, che si verifica nel polo siderurgico dell’Ilva. Nel 2012, una tromba d’aria che aveva colpito il comune di Statte aveva sradicato la cabina motrice di una gru che operava negli sporgenti portuali, gettandola in mare.

Fra le macerie fu ritrovato anche, giorni dopo, il corpo senza vita di Francesco Zaccaria, il gruista. Le indagini appurarono, in seguito, che fosse stato il fenomeno atmosferico a causare i danni alla gru e la morte dell’uomo, ma anche che vi fossero alcune criticità riguardanti l’aspetto sicurezza del lavoro - l’incidente fu uno dei fatti contestati dalla Procura di Taranto ai titolari dell’Ilva nel processo denominato “Ambiente svenduto”, attualmente in Corte d’Assise -.

Non solo: nel 2016 vi era stata un’altra vittima, Giacomo Campo, che, mentre era impegnato nella pulizia del nastro trasportatore dell’altoforno numero 4, era stato travolto da un rullo ed ucciso.

Tragedie

Quelle dell’Ilva, così come quelle occorse, recentemente, alle Acciaierie Venete e al cantiere navale del gruppo Antonini alla Spezia, sono morti ingiuste. Vite mietute in un istante nello svolgersi “normale” della quotidianità, durante quello che pare un giorno come tutti gli altri. Un giorno nel quale, come gli altri, ci si alza, si sorride ai figli prima di uscire per andare a lavoro, e a sera non si torna a casa.

È tragico. È assurdo, quando la dipartita è causata da una “fatalità”. È semplicemente ingiusto, quando la morte di un lavoratore è cagionata da norme di sicurezza sul lavoro che non sono rispettate. No, sulle scelte del “fato” - che in realtà non esiste - l’essere umano non ha voce in capitolo. Nel ridurre al minimo i rischi di morte sul lavoro rispettando appieno le norme di sicurezza invece sì.

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