Il Campionato del Mondo di Russia 2018 appena depositato in archivio ha decretato il meritato trionfo della Francia di Didier Deschamps. Alla vigilia della kermesse iridata i transalpini godevano sì dei favori del pronostico, ma in coabitazione (ed in posizione leggermente subalterna) con altre big, che in un certo qual modo rappresentavano il cosiddetto potere precostituito e che, in termini percentuali, relegavano gli “eredi di Napoleone” un po' più in là nella scala dei valori.

La Germania e il Brasile partivano in pole position nell'indice di gradimento

Sul cocuzzolo delle “profezie” vi era naturalmente la Germania di T.

Muller e compagni, sia perché campione uscente, sia perché aveva mantenuto pressoché inalterato l'organico che 4 anni prima l'aveva spinta sul tetto del globo. I panzer erano seguiti a ruota dallo spumeggiante Brasile di Neymar, voglioso di cancellare il ricordo del Mineirazo del 2014, quando i verdeoro furono percossi brutalmente proprio dai tedeschi. Quindi trovavamo la rivitalizzata Spagna, che nelle qualificazioni s'era prodigata alacremente al fine di far perlomeno intravedere i bagliori sfolgoranti dell'anno di grazia 2010. Alle spalle di queste super potenze c'era la corazzata francese reduce, appena un paio di anni or sono, da un Europeo casalingo a dir poco pregevole, in cui un fato birichino e scarsamente meritocratico le aveva sbarrato la porta della gloria imperitura.

Il patatrac di quasi tutte le Grandi

Lungo il dipanarsi del torneo però, la musica non ha osservato lo spartito, effondendo delle melodie angosciose per le super favorite ed assai soavi e suadenti per molte outsider. E così abbiamo assistito alle precoci dipartite dei tedeschi, mortificati già nella prima fase da Messico e Sud Corea (!?), lesti a far emergere tutte le pecche di un collettivo arrivato in questa competizione in debito d'idee e...di volontà; dei carioca, a cui gli esperti avevano preconizzato l'apogeo, salvo accorgersi che non sempre a favolose individualità corrisponde un gioco corale efficace; degli iberici, che al cospetto dei padroni di casa si sono riscoperti nudi ed impacciati.

Fra le big che hanno frettolosamente riposto nel fodero delle illusioni ogni aspirazione dobbiamo citare anche l'Argentina, con quel L. Messi mai risolutivo nei match iridati che contano, per un deficit che pare un ossimoro di una carriera da dio del calcio, alla pari dell'altra divinità pedatoria rispondente al nome di Cristiano Ronaldo, il quale, dopo un avvio eccellente (diventando il quarto giocatore di sempre ad andare in rete in 4 Mondiali), si è un po' eclissato, ripetendo le prestazioni avare delle altre edizioni di Coppa del Mondo, discostandosi parecchio dalle performance dell'ultimo Europeo, in cui aveva trascinato per i capelli i lusitani verso l'agognato successo.

E proprio le prestazioni “afone” delle due stelle più attese del Mondiale sono state la cartina di tornasole di un torneo dove la maggior parte dei fuoriclasse (citiamo anche Neymar, T. Muller e L. Suarez), sui cui le big facevano leva per ben figurare, hanno latitato, salvo qualche sporadica eccezione.

Francia sul tetto del Mondo dopo vent'anni

Ed il caso ha voluto che queste eccezioni, ovvero i pochi giocatori che hanno derogato al poco edificante “principio” cardine della manifestazione, giocassero nella Nazionale francese. A trascinare le bleus sul tetto del Mondo dopo vent'anni vi hanno pensato, infatti, oltre a mister Deschamps (il terzo trainer della storia a fregiarsi dell'iride sia da calciatore che da commissario tecnico: i precedenti rispondevano ai nomi di F.

Beckenbauer e Zagallo), stelle del calibro di Varane, Umtiti, ma soprattutto fuoriclasse assoluti come l'”art director” Pogba, lo juventino Matuidi, il petit diable Griezmann (tiratore scelto di France 2016) e, dulcis in fundo, il baby fenomeno Mbappè, che qualcuno si è già premurato di accostare addirittura a Pelè, più che altro per meriti statistici, visto che l'attaccante del PSG, coi suoi 19 anni, risulta essere il più giovane all time a segnare in un Mondiale (Finale compresa) dopo l'ex asso brasiliano che, a cavallo degli Anni Cinquanta e Sessanta (con un'appendice nei primi vagiti dei Settanta), fece ammattire le difese di mezzo mondo. Tutti ragazzi che dall'alto della loro classe hanno cooperato al meglio per elevare la loro Nazione - unica fra le big a non tradire - sul piedistallo della celebrità, confinando le rivali al ruolo di comprimarie.

Sarà pur vero che a volte per primeggiare incidano, più che i top player, l'abnegazione, l'entusiasmo e una mentalità ad hoc, tuttavia è innegabile che, alla lung,a a fare la differenza, specialmente nelle manifestazioni altolocate, sono sempre i campioni, quelli nel senso più genuino del termine. Ed il successo della Francia, ottenuto palesando il miglior calcio del torneo, ne è la tangibile conferma.

Se le ousider rubano la scena alle big

Accennavamo poc'anzi alle defaillances di molti top team, specialmente in ambito sudamericano, ed allora come non tributare il meritato plauso a coloro che hanno contribuito ad affossarne le mire espansionistiche? Ad iniziare dalla spavalda (ma non presuntuosa) Croazia dei vari Mandzukic, Modric, Perisic e Brozovic, prima Nazione dell'Est ad agguantare una Finale nonché la prima a sfiorare il Titilo senza esserne accreditata dalla critica.

L'encomiabile risultato conseguito dalla Nazionale a scacchi (che già nel '98 stupì tutti piazzandosi al terzo posto), ultima vera depositaria del caro vecchio calcio jugoslavo, rispecchia in modo ineccepibile quella sorta di assalto alla Bastiglia dei poteri forti attuato dalle squadre meno aitanti e blasonate. A parte l'exploit da favola della Croazia, infatti, non possiamo esimerci dal segnalare il terzo posto, non del tutto inatteso, del Belgio di Hazard e De Bruyne, che continua la sua marcia di avvicinamento verso quell'auge prefissatasi da tempo, per un Paese che prossimamente potrebbe trovarsi stabilmente nel gotha del football internazionale. In questo torneo a farne le spese sono state in primis Brasile ed Inghilterra, con i britannici del 'capobomber' Keane (6 gol, anche se di scarso peso) che sembrano in procinto di far rivivere ai tifosi i fasti d'antan.

Hanno tenuto alto il gonfalone della borghesia anche Nazioni per certi versi emergenti come Svezia, Svizzera e Colombia, mentre meriterebbero un capitolo a parte i padroni di casa della Russia, spintisi verso un inatteso quarto di finale, che fa da cornice ad un Mondiale organizzato in maniera oserei dire perfetta, per una super Nazione che ha dato di sé la migliore immagine possibile.

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