"Fiano prima fa leggi contro il fascismo e poi si comporta come si comportavano i soggetti del Ventennio. Chi altro aveva messo la fiducia sulla legge elettorale? Mussolini sulla Legge Acerbo, De Gasperi sulla legge truffa e Renzi sull'Italicum?". Queste le dichiarazioni del deputato M5S Alessandro Di Battista a "Circo Massimo", su Radio Capital." Di tenore opposto ma ugualmente critica è la presa di posizione dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che in una nota annuncia la sua volontà di prendere la parola a Palazzo Madama: "Con la fiducia posta in blocco dal governo sulle parti sostanziali del testo, non mi resta che la sola possibilità di intervenire in Senato, anche per mettere in luce l'ambito pesantemente costretto in cui qualsiasi deputato oggi, o senatore domani, può far valere il suo punto di vista e le sue proposte, e contribuire così alla definizione di un provvedimento tra i più significativi e delicati".

La legge truffa del 1953 ed il Rosatellum bis del 2017: analogie e differenze

Il richiamo alla “legge truffa” a causa dell’espediente del voto di fiducia nell’approvazione della legge elettorale non è nuovo. Nei giorni immediatamente precedente l’approvazione del cosiddetto Italicum del 2015, le proteste delle opposizioni seguirono esattamente le stesse parole chiave. Ma cos’è la Legge Truffa? con tale appellativo si fa riferimento alla legge elettorale del 1953, che modificò la legge proporzionale pura vigente dal 1946 introducendo un premio di maggioranza consistente nell'assegnazione del 65% dei seggi della Camera dei deputati alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse superato la metà dei voti validi.

Con l’avvento della Repubblica nel 1946 fu scelto un sistema proporzionale classico che in pratica, con qualche modifica, è durato fino al 1993. Tale riforma fu voluta dalla maggioranza centrista alla vigilia delle elezioni politiche e clamorosamente bocciata nelle urne pochi mesi dopo. Come andò a finire, infatti, è noto: le liste della coalizione di maggioranza (Dc, Psdi, Pli e Pri) sfiorarono di pochissimo (49,8%) la metà più uno dei voti validi necessari per far scattare il premio di maggioranza.

La maggioranza dell’epoca, come oggi, era impegnata in una guerra contro il tempo perché la legislatura iniziata nel 1948 era in scadenza e quindi qualsiasi modifica alla legge elettorale andava approvata prima dello scioglimento naturale delle Camera. Inoltre anche il clima di totale e brutale contrapposizione tra maggioranza e opposizione dell'epoca non sembra differente dalla situazione odierna, rimarcando in entrambi i casi una lunga e sfiancante tattica ostruzionistica delle opposizioni.

Un’altra analogia con il precedente degasperiano è che anche in quel caso dalle opposizioni venne riesumato lo spettro della Legge Acerbo che nel 1924 aveva favorito l'avvento del regime fascista, anche se la nuova legge veniva a premiare una coalizione che l'elettorato aveva comunque indicato come maggioranza (la legge Acerbo dava invece una schiacciante maggioranza alla lista più forte, anche se minoritaria). De Gasperi voleva una maggioranza stabile, per creare una sorta di cuscinetto protettivo non solo al governo di centro ma anche al sistema democratico parlamentare, che egli vedeva minacciato da destra e da sinistra.

Tornando ai nostri giorni il Rosatellum bis è un mix tra elemento maggioritario e parte proporzionale dove la quota di proporzionale la fa da padrona: prevede il 64% di listini plurinominali corti e bloccati (da due fino a quattro nomi) e solo il 36% di collegi maggioritari uninominali. Nel Mattarellum la proporzione era esattamente inversa: 75% di collegi maggioritari e quota proporzionale fissata solo per il 25% dei seggi restanti. In pratica, si tratta, di un sistema elettorale ‘misto’, a turno unico, in cui l'assegnazione di 231 seggi alla Camera e di 109 seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, dove vince il candidato più votato secondo la logica del first past the post (il primo prende tutto).

L'assegnazione dei restanti seggi avviene con metodo perfettamente proporzionale nell’ambito di collegi plurinominali. Le circoscrizioni sono 20 per il Senato, una per ogni regione, e 28 per la Camera. La soglia si sbarramento per la Camera e per il Senato è stata fissata al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni (i voti dei partiti in coalizione che abbiano raggiunto la soglia dell’1%, ma non sono riusciti ad arrivare e a superare la soglia del 3%, vengono ripartiti dentro la stessa coalizione). Infine, non è prevista l’indicazione del ‘capo’ della coalizione, ovvero del candidato premier, come era nel Porcellum, né l'obbligo per la coalizione di presentare un programma comune.

La forma e il merito: dov’è la truffa?

Ma se tali informazioni sembrano inutili tecnicismi, vuoti formalismi per addetti ai lavori, perché occorre allora interessarsi al dibattito in corso? Il discorso è semplice: dobbiamo capire quali sono le regole del gioco di chi regola la nostra vita quotidiana. Capire queste dinamiche vuol dire capire quale forma vogliamo dare alla nostra vita politica: democratica o non democratica? Liberale o illiberale? Vogliamo uno Stato succube della partitocrazia più stantia o si può pensare una nuova fisionomia del nostro assetto democratico? Propaganda elettorale a parte, anche lo scontro passato alla storia come quello tra chi voleva una “legge truffa” e chi no, a ben vedere fu lo scontro tra “il senso dello Stato” e la “ragion di partito”.

Quello scontro ha poi segnato tutta la storia d’Italia per i decenni successivi ed in quel frangente, il predominio dei partiti sconfisse i suoi oppositori salendo alla ribalta e restando ben saldo al potere. Infatti, a rivederla oggi, con il senno di poi, la cosiddetta “Legge truffa” appare come un modello di democrazia assai avanzata rispetto alle proposte odierne, molto più liberal-democratico di alcune derive del sistema proporzionale o del “porcellum” imperante per tutto il primo decennio degli anni 2000. Basti pensare che per anni con il cosiddetto “porcellum” di Calderoli, si poteva ad un premio di maggioranza senza la necessità di avere la maggioranza assoluta dei voti, era sufficiente avere la maggioranza relativa.

La “Legge truffa” venne proposta al Parlamento dall’allora ministro dell’Interno Mario Scelba e fu approvata solo con i voti della maggioranza, nonostante i forti dissensi manifestati dalle altre formazioni politiche di destra e sinistra. Vi furono grandi proteste contro la legge, sia per la procedura di approvazione che per il suo merito.

La truffa del Rosatellum

Come venne fatto per la “legge truffa” anche per il Rosatellum bis, le opposizioni spingono l’acceleratore della loro indignazione più sul merito (tra l’antagonismo ideologico al premio di maggioranza, all’esaltazione “vintage” del sistema proporzionale) che sul quantomeno dubbio iter parlamentare.

Da un punto di vista squisitamente democratico, il problema del Rosatellum bis è che non sembra ispirato agli inviti che la Presidenza della Repubblica ha rivolto al Parlamento negli ultimi anni: non sembra dettato dalla necessità di offrire tanto ai cittadini la possibilità di esprimere la propria volontà attraverso un modello elettorale chiaro e sperimentato, quanto a tutte le forze politiche – anche quelle non rappresentate in Parlamento ovvero che non possono beneficiare dell’esenzione dalla raccolta delle sottoscrizioni – di concorrere a parità di condizioni e diritti, ma sembra, piuttosto, ispirato dall’interesse convergente delle maggiori forze presenti in Parlamento di definire un meccanismo disegnato su misura per determinare esito elettorale e garantire alle medesime forze parlamentari una rappresentanza ed un ruolo anche nella prossima legislatura.

Gli stessi tempi di approvazione della riforma, allo scadere della legislatura, potevano essere forse accettabili per il clima del 1953 ma non per il 2017. Nel 2003, infatti, il Consiglio d’Europa ha approvato il Codice di buona condotta in materia elettorale della Commissione di Venezia: tale codice stabilisce che è indispensabile evitare di effettuare modifiche normative in ambito elettorale nell’anno che precede la competizione, perché “anche in assenza di volontà di manipolazione, questa apparirà in tal caso come legata ad interessi congiunturali di partito”. Tale manipolazione delle regole può prefigurarsi anche per il fatto che la legge in discussione non soltanto introduce il meccanismo ancora vago dei collegi uninominali e plurinominali per le due Camere – non sperimentato in precedenza ma la regolamentazione di tali collegi sarà posta da ad uno o più atti delegati che il Governo finirà per emanare a poche settimane dall’apertura del procedimento elettorale aumentando così esponenzialmente il rischio che la riforma appaia funzionale agli interessi delle forze parlamentari che la approveranno.

Gli atti delegati dovranno inoltre regolare la raccolta delle firme. Infatti per le formazioni politiche non presenti in Parlamento si impone la raccolta di un numero rilevante di sottoscrizioni all’interno di ambiti geografici che verranno definiti a poche settimane dal voto. il fatto che l’innovativo e particolarmente oneroso sistema relativo alla raccolta firme sia esonerato per chi è già presente in Parlamento appare irragionevolmente punitivo e discriminatorio per chi al momento è fuori dall’emiciclo, soprattutto tenuto conto che in altri paesi, ad esempio in Germania, a tali formazioni è richiesta la raccolta di un numero quasi simbolico di sottoscrizioni.

Il combinato disposto di queste scelte normative condiziona molto pesantemente il concreto esercizio del diritto di tutti i cittadini di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. L’impossibilità ad essere rappresentati democraticamente e la difficoltà nel partecipare alla vita politica nazionale, in un contesto europeo che vede crescere populismi ed estremismi antidemocratici, può determinare forse il vero boomerang alle speranze di governabilità della compagine governativa. Anche nel 1953 la forza parlamentare dei partiti di centro, uscita ridimensionata dalla propaganda avversaria e dalla conseguenziale dura competizione elettorale rese difficile la stabilità dei governi. De Gasperi tentò quindi di dar vita ad un nuovo governo ma ciò non incontrò la fiducia del Parlamento. La volontà di assicurare al Paese dei governi stabili portò invece all’ottavo e ultimo ministero De Gasperi ed al trionfo definitivo del sistema partitocratico. A buon intenditor..

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