Dal 1 gennaio 2018 è entrata in vigore la legge che impone agli italiani l'uso dei sacchetti biodegradabili per l'acquisto di frutta e verdura. Tale legge, prevista nel Decreto Mezzogiorno, è stata voluta nel mese di agosto dal Governo Gentiloni, che con un emendamento ha reso obbligatorio l'utilizzo di tali sacchetti, facendolo passare come un’imposizione da parte dell'Europa. Il divieto è quindi scattato al grido di “Ce lo chiede l’Europa”. Ma Bruxelles, a ben guardare, non c’entra proprio nulla. Il testo europeo parla, infatti delle borse in plastica per la spesa, quelle che in Italia abbiamo abolito già nel 2012, e non impone nulla per quanto riguarda le buste trasparenti che normalmente venivano utilizzate per frutta e verdura.

La maggior parte degli stati membri si è limitato infatti soltanto a mettere a pagamento le buste per la spesa in plastica tradizionale. Negli altri paesi Europei inoltre i commercianti possono decidere se far pagare i sacchetti oppure regalarli, mentre in Italia il commerciante è obbligato a far pagare il sacchetto al consumatore. Questa legge, secondo quanto stimato dalla Codacons, comporterà un esborso di denaro che oscilla dai 17 ai 50 euro a famiglia all'anno.

Cosa prevede la legge sui sacchetti biodegradabili

La legge prevede che i sacchetti devono essere di plastica biodegradabile, compostabile, monouso e a pagamento. Questo vuol dire che i consumatori non potranno presentarsi al supermercato con il proprio sacchetto che si riutilizza più volte.

Verranno inoltre multati i supermercati che non metteranno a disposizione i sacchetti biodegradabili o che non li faranno pagare ai clienti. Nel caso il consumatore decidesse di non utilizzare il sacchetto biodegradabile, e decidesse di etichettare il singolo prodotto, alla cassa verrà comunque addebitato il costo di un sacchetto per ogni etichetta

Chi ci guadagna dalla legge sui sacchetti biodegradabili

Premesso che la raccolta differenziata non fa l'interesse dei consumatori, poiché essi fanno il lavoro al posto di chi lo dovrebbe fare, senza ricevere bonus o sconti in bolletta, dal punto di vista ambientale, la legge sui sacchetti biodegradabili è un’iniziativa che forse potrebbe anche funzionare.

Ma se consideriamo il punto di vista etico no, si sta ormai giungendo a tassare qualsiasi cosa e per principio questo non va bene. È subdolo imporre continui vincoli, soprattutto se si parla di alimenti che i cittadini non possono esimersi dal comprare. Oltretutto la vicenda diventa alquanto sospetta quando si scopre che la principale produttrice italiana di sacchetti biodegradabili è la Novamont, la cui amministratrice delegata, Catia Bastioli, già nominata cavalliere del lavoro, ha partecipato come oratore alla seconda edizione della Leopolda renziana.

Nel 2014 la Bastioli è stata nominata presidente di Terna, colosso che gestisce le reti dell'energia elettrica del Paese.

I sacchetti biodegradabili, che saranno inizialmente venduti a 20 centesimi l'uno, garantiranno alla sua produttrice un giro di affari da 400 milioni di euro l'anno. Niente male, se consideriamo che Renzi durante la prima tappa del suo trenino elettorale, effettuata proprio alla Novamont, aveva dichiarato che “occorre fare ulteriori sforzi per valorizzare questa eccellenza italiana"

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