Prende quota un accordo bipartitico Cinquestelle – Lega. La sfuriata molisana di Berlusconi, che ha precluso ogni possibilità di dialogo con Di Maio e il suo movimento, ha rotto ogni residuale sintonia, peraltro già precaria, all’interno dello schieramento di centrodestra.

Governo, Berlusconi è out: (quasi) rottura nel centrodestra

La pantomina quirinalizia del leader di Forza Italia, che evidentemente mal sopporta la eletta guida di Salvini alla testa della già sofferta coalizione, aveva solo indispettito (all'unanimità) Lega e Fratelli d’Italia.

Ora l’attacco berlusconiano, sferrato con qualche inusuale volgarità contro i Cinquestelle, con l’aggravante di una critica cieca ai loro elettori, ha più che indignato gli alleati, a cominciare da Salvini, al quale è stato così tolto ogni potere rappresentativo della “triplice intesa”, considerata elettoralmente prima dallo stesso presidente Mattarella.

La verità è che Berlusconi ha perso la bussola della tattica del “concavo e convesso” che tanta fortuna, per sue stesse ammissioni, gli aveva procurato in passato.

Oramai, il suo declino appare irreversibile, mentre, elevandosi a “pater” del centrodestra, avrebbe potuto dare generosamente il via al governo del Paese nel segno del cambiamento e di quella “rivoluzione liberale” che egli ha sempre predicato, ma che non è mai riuscito a concretizzare. Peggio per lui è stato il riferimento ad una possibile intesa con il Pd o con una parte di esso, partito questo inconfutabilmente punito, addirittura con frustrata avversione, dal suo stesso elettorato e, in tutta coerenza Politica, respinto sia da Salvini, sia dalla Meloni.

Forza Italia si è praticamente autoesclusa dalle trattative per la formazione di un governo, per di più in considerazione del fatto che il Pd, nonostante le memorie manovriere di conio verdiniano, difficilmente avrebbe potuto sposare la causa berlusconiana. Chiedere i voti in parlamento sui singoli provvedimenti per maggioranze arrabattate alla bell’e meglio, così per come avevano immaginato Berlusconi e tutti i suoi portavoce, avrebbe significato e significherebbe (per chi, caso mai, lo avesse ancora in testa) negare la formazione di una maggioranza stabile a sostegno di un governo chiamato, per le emergenze del Paese, a dare dimostrazioni quotidiane di solidità operativa nel supremo interesse nazionale.

Al Pd non è mancata la serietà, al netto del “vediamo cosa sapete fare voi”, di attestarsi all'opposizione, postazione questa, sancita dalle urne, che gli darebbe l’opportunità di una “rigenerazione” in un quadro strategico di recupero dell’unità del centrosinistra.

M5S e Lega: alleanza possibile, serve responsabilità

Così stando le cose, non resta altro se non lo sbocco di un incontro costruttivo e responsabile tra Cinquestelle e Lega, che da soli non hanno vinto nulla, ma che assieme possono, con pieno diritto, rivendicare la vittoria elettorale. Ogni fase di cambiamento comporta sacrifici, persino duri.

Di Maio e Salvini devono avere e dimostrare la maturità che viene loro richiesta dalla maggioranza degli italiani, di averne raggiunto la consapevolezza, ed anzi di averne preso coscienza. Sarebbe un merito storico, ovviamente in attesa di ogni verifica sui fatti.

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