A distanza di molti giorni dal caso Sea Watch 3, conclusosi con l’arresto e il successivo rilascio della capitana tedesca Carola Rackete, non si spengono i riflettori mediatici sulla vicenda. Sotto il tiro incrociato delle critiche è finita anche la gip (giudice per le indagini preliminari) di Agrigento, Alessandra Vella, la quale ha deciso di non convalidare l’arresto di Carola, accusata del reato di resistenza e violenza nei confronti di una nave da guerra.

La deliberazione della Vella ha scatenato un putiferio e c’è persino chi, come una sconosciuta signora di Benevento, ha deciso di denunciarla. A tutela della giudice, il Consiglio Superiore della Magistratura ha aperto addirittura una pratica. Ma questo non è bastato a placare la bufera. Un avvocato del foro di Palermo, Salvatore Ferrante, ad esempio, intervistato dalla testata online livesicilia.it, si scaglia con veemenza contro la Vella, giudicando “ingiusto” il provvedimento da lei preso in favore della Rackete.

L’avvocato Salvatore Ferrante contro la gip Alessandra Vella

Per fare luce sul contenuto e sulla liceità della deliberazione della gip di Agrigento, Alessandra Vella, in favore della scarcerazione di Carola Rackete, il quotidiano online livesicilia.it ha deciso di intervistare alcuni protagonisti del sistema giudiziario italiano. Prima è toccato all’avvocato Paolo Grillo e, ora, al suo collega Salvatore Ferrante.

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Politica

Il principe del foro palermitano esordisce bollando immediatamente come “ingiusto” il provvedimento della Vella. Il suo convincimento deriva comunque, dichiara sicuro di sé, da valutazioni di natura giuridica e non certo ideologica. La gip agrigentina ha motivato la sua decisione sulla base di una sentenza della Corte Costituzionale (n. 35 del 2000) che, secondo lei, non qualificherebbe la motovedetta della GdF speronata dalla Sea Watch come una nave da guerra perché operante in territorio italiano e non all’estero.

Ma l’avvocato Ferrante fa a pezzi questa versione, specificando che la suddetta sentenza della Consulta non dice affatto che le imbarcazioni della GdF sono navi da guerra solo fuori dai confini italiani. A sostegno della sua tesi, l’avvocato porta come esempio alcune sentenze della Corte di Cassazione, “omesse” dal gip di Agrigento (la n. 31403 del 14 giugno 2006 e la 9978 del 1987).

‘La Sea Watch ha speronato una nave da guerra’

Insomma, secondo l’avvocato Ferrante, “tutte le fonti normative e giurisprudenziali confermano la natura di nave da guerra delle motovedette della GdF”, mentre l’ordinanza della gip Alessandra Vella sembrerebbe essere “il primo provvedimento di un’autorità giudiziaria che neghi tale status”.

Inoltre, sempre in punta di giurisprudenza, la capitana della Sea Watch, Carola Rackete, “non aveva alcuna possibilità di scegliere il porto sicuro dove condurre i naufraghi”, come avvenuto poi con Lampedusa, “ma aveva il dovere giuridico di condurli nel porto indicatogli dall’autorità marittima responsabile per l’area SAR nella quale è avvenuto il soccorso”, ovvero quello di Tripoli in Libia. Per concludere, l’avvocato palermitano giudica “inammissibile” il comportamento tenuto da Carola e la sua decisione di non obbedire agli ordini impartiti da Stati sovrani.

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