Scritto da Lorenzo Bodrero, reporter d'inchiesta e fondatore del centro di giornalismo di inchiesta IRPI.

Editing: Luca Rinaldi (IRPI Media), Angelo Paura (Blasting News), Massimiliano Mattiello (Blasting News)

Nel maggio 2015 la Polizia locale di Roma sgombera il campo di Ponte Mammolo, baraccopoli spontanea nata nelle vicinanze dell’omonima fermata della metropolitana della Capitale. Un campo nato per offrire prima assistenza ai migranti che non riuscivano, o non potevano, essere accolti nel circuito riconosciuto dall’accoglienza. In quei giorni gli investigatori romani stanno tenendo sotto controllo il cellulare di M.B. (usiamo le iniziale perché oggi l’uomo è sotto protezione internazionale), che ritengono il cassiere in Libia della cupola dei trafficanti di cui farebbe parte “il Generale”, Medhanie Yedego Mered, considerato uno dei più importanti trafficanti di esseri umani nel mondo.

La stessa “cupola” a cui apparteneva anche Ermias Ghermay, indicato dal 2015 dagli inquirenti italiani come il responsabile delle stragi di Lampedusa dell’ottobre 2013 e oggi ancora latitante. Nel giugno 2016 gli inquirenti di Palermo, in seguito alle indagini sul naufragio, ritengono di aver arrestato Mered, ma in realtà incappano in uno degli scambi di persona più clamorosi della storia giudiziaria italiana e non solo. L’allora ministro degli Esteri Angelino Alfano annuncia l’operazione come il risultato di una straordinaria cooperazione internazionale tra forze dell’intelligence, parlando per la prima volta dell’arresto di una “figura apicale” nel giro del traffico di esseri umani.

L’arresto dell’uomo sbagliato

Nel corso del processo emerge però che l’uomo non era Mered, bensì il falegname eritreo Medhanie Tesfamariam Behre, sei anni più giovane di Mered, arrestato in un bar in Sudan e indiziato a causa di alcune foto presenti sul suo cellulare e di alcuni contatti con uomini noti all’intelligence per essere dei “facilitatori” sulle rotte dei migranti contattati.

Questi ultimi interpellati per organizzare il viaggio per i suoi familiari. Tuttavia per assolvere Behre e scrivere nero su bianco che non era lui “il Generale” ci vogliono tre anni, un processo, perizie e controperizie foniche e decine di testimonianze. Anni che l’uomo passa in prigione in attesa della sentenza della Corte d’Assise di Palermo che arriva nel giugno del 2019, dopo tre anni di carcere.

Da questa vicenda trae origine l’indagine romana in cui gli investigatori ritengono di aver individuato la cellula romana legata al vero Mered. Una cellula che, secondo gli inquirenti, gestisce l’arrivo di migranti dal Sudan e dall’Eritrea, organizzando il successivo trasferimento verso il resto d’Europa. Una ricostruzione e una scoperta potenzialmente rilevante, perché dal punto di vista investigativo e penale si individua un gruppo in grado di agire su più Stati, per soldi e con una catena di comando definita. Una “mafia”, insomma. Tuttavia tra errori linguistici, altri scambi di persona e ricostruzioni incomplete, durante il processo di primo grado cadono tutte le accuse di traffico internazionale di esseri umani mentre reggono per quattro imputati (due sono stati scagionati completamente) l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, su cui la Corte d’Assise d’Appello si pronuncerà nelle prossime settimane.

Al processo, che ha creato un certo imbarazzo nella procura capitolina, la linea degli inquirenti sostiene l’esistenza dell’interesse economico dei protagonisti della rete; le difese descrivono invece l’azione degli imputati come mero aiuto economico offerto dagli stessi a quelle che vengono considerate vittime. Un crinale su cui si è giocata anche una delle consulenze della difesa, quelle di un’antropologa chiamata a chiarire il significato della parola “Agaish”, termine con cui è stata ribattezzata l’indagine e più volte utilizzata dagli imputati. Tradotta come “cliente”, la consulente ha invece sottolineato come tale termine nel contesto culturale di appartenenza sia invece “ospite” o “colui che va accolto”.

Su questa differenza di interpretazioni si è giocata e si gioca la partita.

Nessuna rete internazionale è stata scoperta

A far crollare le accuse sono poi le cifre che secondo i giudici non riscontrerebbero “quell’evidente profitto economico” invece sottolineato dai pubblici ministeri e dagli investigatori. Si parla infatti di poche decine o centinaia di euro trasferite su conti o carte intestati agli imputati. Per la difesa prova della “buona fede e della natura lecita delle transazioni”. I denari sono poi stati usati per l’acquisto di cibo, vestiti e biglietti per i mezzi pubblici da destinare per altro alle “vittime”. Non hanno infatti retto davanti alla Corte d’Assise di Roma le accuse di associazione a delinquere e favoreggiamento della permanenza clandestina sul territorio italiano.

Tra i punti chiave dell’inchiesta ci sono i contatti tra M.B., l’uomo da cui sono partiti gli inquirenti monitorando le comunicazioni di Ponte Mammolo e A.H. (anche qui si riportano le iniziali perché l’uomo è al momento sotto protezione internazionale, nda), ritenuto dalla procura il tesoriere della “cellula romana”. Per i giudici però non ci sono elementi che provino l’esistenza di un gruppo coordinato: in tutta l’inchiesta c’è un solo contatto tra i due e la certezza sull’identificazione dei soggetti è vacillante.

Si aggiunge il fatto che, spiega a Blasting Investigations l’avvocata Tatiana Montella, “le vittime hanno deciso lo sconfinamento verso un altro Paese in totale autonomia”, mentre per la sentenza di primo grado, nella parte relativa alle condanne per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare l’organizzazione e il trasporto attraverso l’Europa sarebbe stata agevolata dagli imputati.

Per i giudici l’assistenza prestata per l’acquisto dei beni, biglietti di mezzi pubblici, il pernottamento offerto dagli imputati alle vittime e le indicazioni sui percorsi migliori per raggiungere il resto dell’Italia sono classificati come “altri atti” diretti a procurare l’attraversamento di confini interni all’Europa. Anche qui l’avvocato Montella sottolinea: “Non è possibile configurare l’aiuto prestato - peraltro in molti casi a connazionali, amici e parenti - come funzionale al traffico di essere umani”, continua Montella, “nella convinzione che spezzando la catena di solidarietà si vada a incidere sul fenomeno migratorio”.

Esiti processuali e approccio antimafia: cosa non va per smantellare la rete dei trafficanti

Nonostante le condanne per favoreggiamento tra i due e i quattro anni, il processo di Roma non ha certamente individuato una rete internazionale di trafficanti di esseri umani, ma al massimo dei “fiancheggiatori”.

Le condanne sono analoghe a quelle arrivate nel processo a Behre, condannato anch’egli per favoreggiamento dopo aver stabilito lo scambio di persona: ha pagato il contatto, si legge nella memoria depositata dal suo legale, per “pagare il prezzo del viaggio dei suoi familiari”, con un intermediario. Anche qui non è emerso dunque nessun profitto realizzato in virtù del traffico di essere umani.

Un “profitto” per la presunta organizzazione che dunque manca sia nel caso palermitano, sia in quello romano. Senza il flusso economico cade quindi tutto l’impianto sul quale si regge il teorema dell’organizzazione criminale in grado di produrre grandi profitti. Inoltre le tracce che portano a Dubai - dove si trovano le casseforti dell’organizzazione - sono troppo deboli e gli investigatori non hanno mai raccolto la prova di un effettivo passaggio di denaro verso conti negli Emirati Arabi Uniti.

I due processi hanno dunque un problema in comune derivante dal sistema che si è scelto di applicare alla gestione delle indagini. Le procure hanno percorso la via degli strumenti messi a disposizione dalla legislazione antimafia, una strada tracciata dalle misure Antitratta del 2003, che estendono tali strumenti al traffico di esseri umani. Così in Sicilia, dopo il naufragio di Lampedusa del 2013, la locale procura ha istituito un pool specializzato applicando gli stessi metodi usati nel contrasto a Cosa Nostra negli anni ’90: alla base la convinzione che esistesse un soggetto analogo alla mafia siciliana tra Libia ed Eritrea.

Un approccio che però, raccontano i risultati investigativi e giudiziari, non è adeguato.

La conoscenza del contesto culturale e del gergo che portò risultati considerevoli nel contrasto a Cosa Nostra, per esempio con le intercettazioni telefoniche, manca invece nel contesto nordafricano. Tanto è vero che ricorrono errori di traduzione e interpretazione. Allo stesso modo quel vincolo associativo e familiare, base delle organizzazioni mafiose italiane, non è emerso in nessuna indagine sul traffico di esseri umani, così l’esistenza di una cupola di trafficanti è rimasta una fascinazione collettiva non corroborata da prove. Allo stesso modo non esistono codici d’onore o pseudo-valori da difendere, ma solo una domanda di mercato a cui effettivamente rispondere: lasciare la Libia per raggiungere l’Europa.

E pure i flussi di denaro non hanno trovato riscontri sufficienti a far pensare che la presunta “cupola” possa alimentarsi in modo continuo e sostenibile.

Se c’è un merito di queste indagini è quello di approfondire la conoscenza sul funzionamento dei viaggi in mare legati ai flussi migratori, ma le indagini spesso faticano a ritrovare una corrispondenza nell’applicazione del codice penale. Così il favoreggiamento, unica accusa a rimanere in piedi, sembra diventare nel tempo la via per evitare che i processi siano fallimentari del tutto.

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