Il panorama politico attuale è dominato da un'unica certezza per la Presidenza del Consiglio: l'alta affluenza alle urne ha assunto proporzioni tali da rimescolare completamente le carte, cogliendo di sorpresa sia i vertici di governo che i partiti dell'opposizione. Ciò porta i tecnici dei sondaggi alla massima cautela. L'incertezza sull'esito della consultazione referendaria genera dubbi e perplessità e apre, comunque andrà a finire, la corsa per le elezioni politiche del 2027. Questo è lo scenario ipotizzato nel recente retroscena di Repubblica.

Meloni e l'esito delle urne

Giorgia Meloni è consapevole di due fattori ineludibili. Per prima cosa chi perde si farà male. Secondo: parte oggi la campagna elettorale per le prossime politiche, e sarà molto accesa e senza esclusione di colpi. Con questi pensieri, la Premier ha trascorso la giornata festiva analizzando dati inattesi che potrebbero consegnarle le "chiavi" del Paese o, al contrario, trascinarla in una palude istituzionale senza uscita.

Tuttavia, il quadro è mutato repentinamente. Se inizialmente lo stato maggiore meloniano indicava nel 50% la soglia minima per sperare nel successo, i numeri attuali rendono ogni previsione azzardata. Sebbene la tenuta delle regioni settentrionali rincuori la Premier, la spinta registrata in Emilia Romagna solleva forti dubbi.

Negli ambienti di governo si ammette che, mentre un risultato in bilico potrebbe essere gestito, una vittoria schiacciante di uno dei due fronti — unita a questa affluenza — provocherebbe un terremoto nelle coalizioni.

La posta in gioco per il governo

A elezioni ancora in corso quel che è certo è che queste elezioni apriranno una nuova fase per la politica italiana. Per Meloni, che ha posticipato il suo voto a oggi dopo essersi recata ai funerali del fondatore della Lega, Umberto Bossi, la posta in gioco è diventata esistenziale. Un trionfo le spianerebbe la strada verso una revisione del sistema elettorale e il rafforzamento del premierato, permettendole di dettare l'agenda alla propria coalizione.

In caso di sconfitta, invece, il rischio è che i partner di governo mettano il veto sulle riforme, preferendo mantenere lo status quo. In tale scenario, l'ipotesi di elezioni anticipate per evitare un lento declino diventerebbe concreta. L'esito dello spoglio non peserà solo sulle prossime elezioni o sulla futura nomina del Quirinale, ma avrà effetti immediati sui rapporti con la magistratura.

Una vittoria del Sì darebbe all'esecutivo una forza d'urto senza precedenti, ma comporterebbe probabilmente un rimpasto nel dicastero di via Arenula. In bilico non ci sarebbe solo il capo di gabinetto, ma lo stesso viceministro Andrea Delmastro, la cui posizione è ritenuta fragilissima dai vertici del partito a causa delle polemiche che lo hanno travolto.

Meloni attende ora di capire se la sua esposizione personale in favore della riforma abbia spostato quei consensi decisivi ipotizzati dai suoi collaboratori. La speranza a Palazzo Chigi è di aver intercettato il favore popolare; il timore è che l'alta partecipazione non sia altro che un voto di punizione contro l'operato del governo.