Da ora in poi anche il celebre ritornello della canzone diAdriano Celentano “chi non lavora, non fa l'amore”, dovràadeguarsi: lavorare troppo infatti fa male e non produce, con buonapace degli stakanovisti.



E' ciò che sostiene una ricerca 'made inItaly' dell'Università di Padova, pubblicata solo pochigiorni fa dal Daily mail, secondo la quale lo stress dalavoro, un atteggiamento in apparenza irreprensibile, la puntualitàsvizzera e montagne di ore di straordinario da trascorrere nelproprio ufficio, non solo condurrà il lavoratore a 'stare male', mabeffardamente sarà anche controproducente.





E' ciò che infatti èemerso dall'attività di monitoraggio dell'equipe di ricercapadovana che ha sottoposto ai 322 impiegati di un'azienda del NordItalia, per un periodo complessivo di 15 mesi, diversi questionari ingrado di quantificare il grado di stress dei dipendenti, e irisultati per ciò che riguarda la Salute psicofisica dei soggetti,si può dire, non sono proprio confortanti.



Quasi tutti gliimpiegati, infatti, sono risultati inclini ad assumere ciò che gliesperti chiamano 'workholism', una vera e propria sindromeo disturbo della personalità, un comportamentoossessivo-compulsivo della persona che palesa una certa morbositànel raggiungere gli obiettivi del suo lavoro, fino a sforare in verie propri atteggiamenti patologici tali da provocare stress e magarimettere in un secondo piano tutti gli altri aspetti della vita, qualigli affetti, la famiglia, il miglioramento della propria salute.





Portarsi il lavoro a casa, dedicare troppo spazioe attaccamento emotivo al proprio lavoro significa diveniregradualmente, sostengono gli esperti, maniaci del lavoro, unacondizione che necessariamente graverà sul 'recupero' delle energiepsicofisiche perdute, provocando così un accrescimento di tuttequelle possibili conseguenze che da una tale condizione derivano,come spesso avremo sentito anche dalla cronaca.





Inoltreparadossalmente, questo atteggiamento è tutto il contrario dell'esserproduttivo, ma, anzi, può essere solo causa di errori commessi nelposto di lavoro, ciò perché, ripetono i ricercatori, ilworkaholicism è associato ad una tensione psicofisica del soggettoche a sua volta graverà nello scarso rendimento, con buona pace,quindi, ad ogni progetto di promozione e di carriera.

Si tratta di una'sindrome' subdola e strisciante, spiegano gli esperti, presenteormai in quasi tutti gli ambienti, sia squisitamente lavorativi, chesociali, familiari, relazionali, per cui è necessario, avvertono,costruire ed arrivare ad una 'nuova etica' del lavoro che favoriscaaspetti della produzione che non siano più dannosi per illavoratore, e conferisca premi o promozioni di carriera non solamentelegati alla produttività, ma guardino anche a tutte quelle altrecomponenti che fanno una 'persona', e magari arrivare anche ad unaminore competitività tra gli stessi colleghi, tutti aspetti chehanno il merito, se non di 'crescere con il PIL', almeno dimigliorare le condizioni psicofisiche dei lavoratori.



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