Il fumo, il diabete, l'obesità sono tutti fattori riconosciuti e noti da tempo in grado di aumentare il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari. Tuttavia stando a uno studio condotto dai ricercatori di Lifepath, un progetto finanziato dalla Commissione europea, anche lo svantaggio derivante da una condizione socio-economica precaria andrebbe annoverata tra i fattori di rischio per la salute.

In particolare stando a questa ricerca, l'esiguità delle risorse che si hanno a disposizione, detto in altri termini la povertà, accorcerebbe la vita di oltre due anni.

Nello specifico di 1,5 per le donne e di 2,6 per gli uomini. Risultati tutto sommato non dissimili dal fumare che accorcia l'esistenza di 4,8 anni, dal diabete che ci toglie 3,99 anni e dalla vita sedentaria che la riduce di 2,4 anni. In sostanza lo studio dimostra che una condizione socio-economica precaria va influire sulla salute in maniera compatibile con gli altri fattori già annoverati e accertati come nocivi per la salute, quali ad esempio obesità e fumo.

I risultati della ricerca

Lo studio che è stato condotto in sette paesi (Italia, Francia, Portogallo, Svizzera, Regno Unito, Stati uniti e Australia) ha preso in esame un campione di più di 2 milioni di persone. I volontari sono stati seguiti per un lungo periodo di tempo.

Si sapeva già che un basso status socio-economico è correlato a una maggiore mortalità, questo studio però ha il pregio di aver messo a confronto questo aumento del rischio di mortalità con gli altri fattori già noti.

Secondo i ricercatori si fa poco per migliorare le condizioni socio-economiche degli individui. Se si intervenisse in questo senso si potrebbero salvare molte vite. Per fare ciò sarebbe necessario promuovere programmi concreti a sostegno del lavoro e dell'istruzione piuttosto che contrastare singoli fattori di rischio ad esempio con campagne anti-fumo o per una sana alimentazione. Questi interventi pur utili risultano ad appannaggio delle classi più abbienti che hanno maggiori possibilità di poter correggere un singolo fattore di rischio, per cui non riescono ad incidere efficacemente sul fronte delle disparità. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Lancet.