Il fisiologo russo Ivan Pavlov passò la maggior parte della propria vita a studiare la secrezione dei succhi gastrici e la salivazione nei cani in risposta all’ingestione di cibo.
Nel corso dei suoi studi Pavlov notò un fenomeno curioso: la salivazione e la secrezione dei succhi gastrici, talvolta, cominciavano quando i cani non avevano ancora mangiato. La semplice vista dello sperimentatore che portava loro il cibo, o addirittura il suono dei suoi passi, erano degli stimoli sufficienti. Pavlov capì che i cani non rispondevano solo ad un bisogno biologico, ma anche in conseguenza all’apprendimento, ossia al condizionamento classico (o pavloviano).
Esso è un tipo di apprendimento in cui uno stimolo neutro (come i passi) finisce per causare una risposta dopo che è stato accoppiato a uno stimolo (quale il cibo) che causerebbe quella risposta. Per dimostrare ciò Pavlov condusse una serie di esperimenti in cui accoppiò il suono di un campanello (lo stimolo neutro) a della carne (lo stimolo incondizionato). Dopo ripetuti tentativi il cane iniziò a salivare soltanto sentendo il suono del campanello.
Le ricerche di Pavlov sono utili agli esseri umani?
Gli esperimenti del fisiologo, nonostante la loro importanza, rimasero circoscritti all’ambito degli animali, almeno fino ad oggi: risale, infatti, al 29 gennaio 2018 la pubblicazione di una ricerca sperimentale condotta da un gruppo di psicologi della New York University.
La ricerca si basava sul fatto che i meccanismi psicologici considerati da Pavlov potessero essere estesi anche agli esseri umani.
Per dimostrare ciò i ricercatori hanno sottoposto ad alcune persone ignare dei volti su un computer, ai quali veniva attribuito un determinato grado di affidabilità.Successivamente, gli sperimentatori chiesero agli stessi soggetti di individuare, fra una nuova gamma di volti proposti, quelli che, secondo loro, potevano essere più affidabili. I partecipanti, però, non sapevano che i nuovi volti erano gli stessi di prima, con solamente alcuni tratti modificati in modo da non essere riconosciuti. Esaminando le scelte effettuate, i ricercatori hanno notato che i volontari ritenevano maggiormente affidabili i volti che più somigliavano ai precedenti partner, ai quali era stato attribuito un alto grado di affidabilità.
Grazie a questa ricerca è stato quindi dimostrato che, come i cani possono associare un campanello al cibo, il cervello umano basa il giudizio di un estraneo sull’opinione che si aveva di una persona conosciuta in passato e somigliante.