Il presidente uscente della Federcalcio, Gabriele Gravina, ha difeso con determinazione la sua decisione di rassegnare le dimissioni dalla guida della FIGC, definendola una scelta personale e un atto di responsabilità. Ospite a Otto e mezzo su La7, Gravina ha chiarito di non essere stato «costretto a dimettermi, nella maniera più assoluta», ma ha sottolineato come fosse «giusto» compiere tale passo, pur affermando: «Non ritengo però di aver fallito».
La motivazione di una scelta personale
Gravina ha approfondito le ragioni del suo passo indietro, nate da una profonda riflessione.
«È stata una mia scelta personale. Avevo assunto un impegno verso tutti i tifosi italiani di andare ai Mondiali e purtroppo non ho mantenuto fede a questo impegno», ha dichiarato il presidente uscente della Federcalcio. Ha ribadito la giustezza delle dimissioni, evidenziando la propria indipendenza: «Non sono propenso a subire pressioni, ragiono con la mia testa e la mia lucidità». Ha inquadrato la sua azione come un «atto di responsabilità verso la federazione», per proteggerla da «isterie istituzionali» e «non sovraesporre la FIGC».
Tra fallimenti specifici e successi complessivi
Nonostante il riconoscimento di alcuni episodi critici, Gravina ha voluto tracciare una netta distinzione tra singoli insuccessi e l'ampio operato della Federcalcio.
«Non ritengo di aver fallito», ha affermato con forza. Ha poi specificato: «Se legato a piccoli episodi, certo, ho fallito, ma se vogliamo parlare dell’attività in tutte le sue forme e nei progetti realizzati, la nostra federazione è tra le più apprezzate in Europa».
Il contesto delle dimissioni dalla FIGC
La decisione di Gabriele Gravina di abbandonare la presidenza della FIGC si inserisce in un quadro complesso, segnato dalla mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali. Questo esito ha generato significative pressioni politiche e mediatiche. Già il 2 aprile, Gravina aveva preannunciato le sue dimissioni durante un incontro con le componenti federali, informando le figure chiave del calcio italiano e convocando l’Assemblea Straordinaria Elettiva per il 22 giugno a Roma. In quell'occasione, aveva definito la sua scelta «una scelta convinta e meditata», esprimendo «grande amarezza ma anche grande serenità» per il passo indietro.