L’ex campione tedesco Jan Ullrich torna a parlare degli anni più bui della sua carriera e dell'epoca segnata dall'Epo nel ciclismo professionistico e non solo. Ospite del talk show tedesco Inas Nacht, il vincitore del Tour de France 1997 ha spiegato i retroscena di una cultura diffusa a 360 gradi, rivelando i motivi dietro il suo lungo silenzio e il pesante costo umano pagato negli anni successivi.

La mentalità del gruppo e il silenzio per proteggere il ciclismo

Ullrich ha raccontato come la capillarità delle pratiche illecite condizionasse la percezione stessa degli atleti in gara, non limitandosi al solo mondo delle due ruote:

"Tutti lo facevano, non solo nel ciclismo, quindi facevamo solo quello che facevano tutti gli altri. Ci siamo convinti che non ci stavamo dopando: se lo fanno tutti, allora il ciclismo è ancora tutto una questione di talento."

Una logica di gruppo che ha segnato un'intera generazione e che il tedesco scelse di non infrangere pubblicamente all'epoca:

"Avrei potuto denunciare tutti quelli che lavoravano nel mondo del ciclismo allora.

Ma non l’ho fatto perché amavo troppo il mio sport per farlo."

Dall'Operación Puerto alla caduta personale

La parabola sportiva di Ullrich si interruppe bruscamente alla vigilia del Tour de France 2006, travolto dallo scandalo dell’Operación Puerto e dai legami con il medico spagnolo Eufemiano Fuentes. Dopo il ritiro formale nel 2007 e la squalifica del TAS nel 2012 (con la cancellazione dei risultati a partire dal maggio 2005), sono seguiti anni drammatici segnati da dipendenze e problemi personali.

Un percorso di caduta e rinascita raccontato senza filtri nel documentario Jan Ullrich – Der Gejagte (Il Cacciato) e riassunto dall'ex corridore con una frase perentoria:

"Il doping mi è costato dieci anni."

Il confronto con il ciclismo moderno

Guardando all'evoluzione dello sport contemporaneo, Ullrich ha sottolineato come la scienza e la preparazione abbiano finalmente colmato quel divario che un tempo spingeva verso l'illecito:

  • Evoluzione metodologica: Tre settimane di ritiro in quota oggi garantiscono adattamenti fisiologici ed ematici paragonabili agli effetti dell'EPO negli anni '90 e 2000.

  • Fiducia nel presente: La speranza di un gruppo finalmente pulito, favorito da protocolli scientifici rigorosi e controlli serrati.

  • Consapevolezza: L'ammissione di un periodo disastroso per l'immagine pubblica, ma necessario per consentire al ciclismo di rifondarsi su basi nuove.