Nell'articolo "Who gets to inherit the stars? A space ethicist on what we’re not talking about", pubblicato su TechCrunch il 17 gennaio 2026, Connie Loizos esplora le tensioni emergenti attorno all’etica dell’espansione spaziale, intervistando Mary‑Jane Rubenstein, esperta di etica e studi tecnologici. L'articolo affronta una questione di squilibrio di potere: chi lavorerà nello spazio, a quali condizioni e, soprattutto, chi influenzerà le regole e deciderà chi erediterà le stelle.
Lavoro nello spazio: dal sogno alla responsabilità
Il contesto si apre con una previsione di Will Bruey (Varda Space Industries): nei prossimi 15‑20 anni, saranno inviati in orbita «lavoratori di classe media», considerati più economici dei robot per missioni di un mese.
Questa ipotesi sposta l'attenzione da scenari futuristici a una questione sociale immediata: condizioni di lavoro precarie e dipendenza totale dal datore di lavoro per alimentazione, aria e salute. Rubenstein avverte che la dipendenza aumenterà la disuguaglianza strutturale tra chi lavora e chi possiede i mezzi di trasporto spaziale.
Proprietà e sfruttamento delle risorse spaziali
Il trattato dell’Outer Space Treaty del 1967 stabilisce che nessuna nazione può rivendicare la sovranità sui corpi celesti, considerati patrimonio dell’umanità. Tuttavia, il Commercial Space Launch Competitiveness Act statunitense del 2015 consente di possedere ciò che si estrae dalla Luna o dagli asteroidi – una forma di sfruttamento “legale” ma controversa.
In risposta, con gli Artemis Accords del 2020, gli Stati Uniti hanno formalizzato questo approccio tramite accordi bilaterali, con 60 firmatari, escludendo Russia e Cina e creando meccanismi di accesso privilegiati.
Visioni divergenti per il futuro dello spazio
Rubenstein propone soluzioni radicali: riportare il controllo nelle mani dell’ONU e del COPUOS — anche abolendo il Wolf Amendment che limita la collaborazione con la Cina —, oppure sfruttare i pochi temi in cui c’è convergenza: protezione dell’ozono (contro le emissioni di razzi) e gestione dei detriti spaziali, ormai più di 40.000 oggetti in orbita alta che avvicinano il temuto effetto Kessler. Su questo, tutti gli attori — USA, Cina, industrie — condividono l’urgenza: «la spazzatura spaziale è negativa per tutti».
Immaginari culturali e politica spaziale
Un’altra prospettiva riguarda l’immaginario che accompagna lo sviluppo spaziale. Rubenstein distingue tre generi di fantascienza: la «conquista», che cavalca ideali colonialisti e capitalistici; la distopia, che mette in guardia ma rischia di essere presa sul serio; e la «speculative fiction», in grado di immaginare società alternative basate su giustizia e cura. Oggi, osserva, domina la prima — e con essa un’opportunità persa di portare visioni più giuste nello spazio.
Il dibattito non è solo narrativo, ma politico: se immaginiamo colonie libere, siamo costretti a interrogarci su modelli di cooperazione, diritti e giustizia transnazionale. In assenza di modelli reali, queste narrazioni servono da bussola.
Verso una governance etica dello spazio
Per trasformare le parole in azioni, servono regole chiare e condivise: un ritorno a una governance multilateralista, ambienti di discussione tra accademia, aeronautica, agenzie spaziali e industria, una normativa ambientale spaziale, regole chiare contro la militarizzazione e per la tutela dei lavoratori extraterreni. Il primo passo, secondo Rubenstein, potrebbe essere una conferenza annuale sulla «spazialità etica, consapevole e collaborativa».
In sintesi, l’articolo di TechCrunch illumina una dimensione spesso ignorata nei discorsi su colonie lunari o viaggi su Marte: il problema non è solo chi prende le stelle, ma chi decide chi prende le stelle, e con quali diritti, responsabilità e visioni di futuro. È un invito a smettere di pensare lo spazio come un parco a tema e cominciare a concederci la responsabilità di una nuova era spaziale.