Un doppio viaggio nell’inferno. Le prime due puntate de I Dieci Comandamenti di Domenico Iannacone mostrano quella parte di Campania abbandonata completamente dallo Stato. Dalla Terra dei Fuochi a quella di nessuno: Castel Volturno. Che non solo è terra dei fuochi ma anche di saccheggio edilizio. Realtà sconvolgenti e storie scottanti quelle raccontate dal giornalista molisano con il tatto e la sensibilità che lo contraddistinguono.

E che nei primi due episodi hanno ottenuto ottimi risultati di ascolti nonostante la concorrenza della domenica sera.

La prima puntata, intitolata Il Danno, fa più male di un pugno forte in pieno stomaco. Mostra una terra che brucia ormai dal lontano 1976. Sversamenti di rifiuti, veleni disposti su distese immense di campi e un totale di 6 milioni di ecoballe. Un viaggio che mostra i cosiddetti muri della vergogna al cui interno appaiono grandissimi teloni per nascondere le montagne di rifiuti avvolte.

Monnezza che ha significato e continua a significare montagne di soldi per i signori della spazzatura o della camorra. E sempre più gente che si ammala. Senza guardare in faccia all’età. Dai bambini agli anziani. Con un registro tumori, come denuncia un medico di base intervistato da Iannacone, fermo al 2012 e che, forse volutamente, non viene aggiornato. Perché i dati da essere immessi nel registro, spiega il dottore, ci sono.

Dovrebbero soltanto essere inseriti. Una terra che brucia, ma che per qualcuno nasconde ancora una speranza. Come per l’imprenditore agricolo che ha deciso di restare e sfruttare al meglio il suo terreno incontaminato per coltivare pomodori creando anche tanti posti di lavoro.

Nella seconda puntata il viaggio di Iannacone si è spostato lungo la costa. Di pochi chilometri. Sempre in provincia di Caserta è ambientato l’episodio dedicato a “I sopravvissuti”.

Castel Volturno è il simbolo del degrado inarrestabile. Dell’abbandono. Dell’abusivismo. Una terra vittima prima del sacco edilizio, poi della Camorra e, infine, dell’immigrazione. Con una data chiave: il 18 settembre 2008. Il giorno della strage degli africani. L’uccisione dei sei africani scatenò una ribellione di tutta la comunità degli immigrati di Castel Volturno che si ribellò alla Camorra. Da quegli anni in avanti gli immigrati a Castel Volturno rappresentano una porzione importante delle persone presenti sul territorio.

Sono circa 4 mila quelli regolari su una popolazione di 25 mila abitanti. Ma complessivamente ce ne sono circa 20 mila sul territorio. Che occupano case abbandonate o vivono in alloggi di fortuna. Come anche molti italiani che hanno occupato le case di quello che è stato definito il villaggio Coppola. Un vero esempio di abusivismo nato sul mare. Nel silenzio dello Stato che si è svegliato dopo decenni.

Quando il danno era già fatto.

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