È attualmente disponibile sulla piattaforma netflix (già dallo scorso 8 ottobre) la serie “Monster: The Story of Ed Gein”, firmata da Ryan Murphy e Ian Brennan.
Il 16 novembre 1957 la popolazione della piccola cittadina di Plainfield scopre gli orribili avvenimenti accaduti in una fattoria della periferia di Augusta. Quella che sembrava una comunità tranquilla diventa il centro di una delle indagini più sconvolgenti d’America. Da quel giorno nasce la leggenda di Ed Gein, un uomo che, senza volerlo, avrebbe cambiato per sempre l’immaginario dell’orrore moderno, ispirando capolavori come Psycho e Non aprite quella porta.
Il contrasto tra orrore e gentilezza
“Monster: The Story of Ed Gein”, non si limita a raccontare la cronaca, ma entra nella mente e nel contesto che l’ha generata. Con una regia sobria e inquieta, il racconto trasforma Gein in simbolo di un’America rurale e repressa, dominata da superstizione, isolamento e fanatismo religioso. Il risultato è un ritratto disturbante, ma sorprendentemente umano, in cui si intrecciano colpa, innocenza e paura. La figura della madre, magistralmente interpretata da Laurie Metcalf (la madre di Sheldon Cooper in the Big Bang Theory) quasi giustifica il comportamento del serial killer più iconico della storia, represso in ogni sua fantasia sfoga le sue perversioni sui corpi esanime delle sue vittime.
La serie indugia sugli aspetti grotteschi e macabri dei delitti di Gein, ma lo fa senza compiacimento. Gioca piuttosto sul contrasto tra la brutalità delle sue azioni e la sua apparente bontà d’animo, quasi ingenua. Questo paradosso diventa la chiave di lettura principale: la coesistenza, nello stesso individuo, di luci e ombre. Un tema che il regista maneggia con cautela, lasciando allo spettatore il compito di interpretare le visioni del protagonista tra finzione e realtà. Nelle varie puntate si intrecciano alla perfezione i flash della realizzazione di film iconici ispirati a Gein come "Psycho" e "Non aprite quella porta", mentre Max Winkler e Ian Brennan, registi degli episodi, indugiano sulle perversioni e manie di un Hitchcock forse un po' troppo macchiettistico nella caratterizzazione prostetica, e i colpi di genio di Hooper e Demme, rivisitando le loro scene iconiche.
Un cast di altissimo livello
Charlie Hunnam offre una prova attoriale sorprendente, l'attore che ricordiamo benissimo in "Sons of Anarchy" abbandona il suo solito carisma per interpretare un uomo spezzato, prigioniero della propria mente e delle proprie manie e perversioni. È una performance di altissimo livello, probabilmente alla pari con quella di Evan Peters in Dahmer, la prima stagione della serie.
Ottimo anche il lavoro di Suzanne Son, nel ruolo di Adeline Watkins, unica amica-amante di Ed in grado di capirlo e con cui condivide manie e ossessioni. Da sottolineare, anche, la prova del giovane Joey Pollari nel vestire i panni di un ossessionato Anthony Perkins che si accinge a interpretare Norman Bates nel capolavoro del "Maestro della Suspense" hollywoodiana Alfred Hitchcok.
Una serie che divide critica e pubblico
Come spesso accade con i true crime, Monster ha suscitato diverse critiche, in molti l’hanno accusata di glorificare eccessivamente la figura del killer, rendendolo quasi empatico al pubblico e trasformando la tragedia in spettacolo. È un rischio reale, ma anche la conseguenza di un approccio narrativo che vuole scavare nell’origine del male piuttosto che fermarsi al giudizio morale. Diversi serial killer si dicono ispirati al mostro di Plainfield, e ciò suggerisce che il male porta spesso ad altro male, nonostante la teoria che Ed abbia collaborato alla cattura dell'assassino Ted Bundy, storia che ha ispirato "Il Silenzio degli innocenti" di Demme.
Conclusioni
Monster: la storia di Ed Gein non è una serie per tutti. È inquietante, spesso lenta e lascia addosso una sensazione di disagio che resta anche dopo i titoli di coda.
Ma proprio per questo è efficace, ci costringe a riflettere su quanto sia labile il confine tra normalità e follia, tra vittima e carnefice. Un prodotto che disturba e affascina, ricordandoci che il vero orrore non è solo nei fatti, ma nel bisogno umano di guardarli.