I dati recentemente diffusi dall’ISTAT relativi alla povertà sono impietosi. Secondo l’istituto di ricerca, infatti, in Italia le persone in condizione di povertà assoluta sono 4,6 milioni, comprese in 1,6 milioni di famiglie. Negli ultimi tre anni, l’incidenza della povertà assoluta è cresciuta in termini di persone principalmente facenti parte di famiglie con quattro componenti (coppie con due figli) o di famiglie di soli stranieri, in media più numerose.

Peggiorano le condizioni sia tra i nuclei familiari con persona di riferimento occupata - in particolare se operaio - sia per quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione, soprattutto nel Mezzogiorno, dove risultano relativamente indigenti quasi quattro famiglie su dieci.

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Il dato è in aumento al Nord sia in termini di famiglie (da 4,2 del 2014 a 5,0% attuale), sia di persone (da 5,7 a 6,7%), e anche tra le famiglie con persona di riferimento tra i 45 e i 54 anni di età (da 6,0 a 7,5%).

Gli interventi messi in campo dal #Governo per tamponare la situazione sono soprattutto orientati al mantenimento dei consumi privati a un livello sufficientemente accettabile per evitare ulteriori decrementi della produzione: ieri gli 80 euro, oggi il ddl per il contrasto alla povertà. È in discussione, alla Camera, il testo del ddl che delega il governo all’adozione di misure per i più deboli, compreso un emendamento che introduce il cosiddetto “reddito di inclusione”, cioè un fondo destinato a famiglie con minori, con disabilità, o dove ci siano over 55 disoccupati e senza ammortizzatori sociali.

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Lo stanziamento, per un importo complessivo economicamente sostenibile dal bilancio statale, è pari a 1,6 miliardi per i primi due anni e, secondo il governo, potrà raggiungere circa 1,3 milioni di persone, per un importo massimo di 320 euro al mese.

In realtà la povertà e, in generale, le situazioni di indigenza, in Italia sono molto più complesse di quelle parzialmente risolvibili con un contributo destinato a sostenere un livello minimo dei consumi. L’aspetto della situazione debitoria delle famiglie, infatti, non va assolutamente trascurato. Complessivamente, circa 250 mila famiglie italiane non sono più in grado di pagare la rata del mutuo per l’abitazione. I cittadini hanno debiti per 33,9 miliardi di euro, di cui 20,2 miliardi assistiti da garanzie reali, e di cui ben 14 miliardi di euro legati all’acquisto di immobili.

Il mantenimento del livello dei consumi privati, quindi, non basta per garantire la ripresa economica e produttiva, perché dal settore immobiliare derivano, principalmente, le sofferenze del sistema creditizio e la sua difficoltà a erogare i finanziamenti necessari alle imprese per la crescita del sistema/paese.

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Le sofferenze bancarie assistite da garanzie reali, infatti, ammontano complessivamente a 23,7 miliardi su un totale di 43 miliardi di euro, come riportato da "Milano Finanza".

Una soluzione articolata, nel silenzio generale, è stata proposta da un economista attualmente ai margini del dibattito politico: Romano Prodi. L’ex premier ha proposto la costituzione di un Fondo di proprietà pubblica o mista, che subentri nella proprietà degli immobili ipotecati, sgravando in blocco le banche dalle loro sofferenze. Gli attuali proprietari rimarrebbero in affitto ad un canone politico inferiore alla precedente rata di mutuo evitando, così, il superamento della soglia critica del 30% tra spesa per la casa e reddito. Il costituendo Fondo verserebbe alle banche una somma doppia (si stima circa 10 miliardi) rispetto a quella complessivamente ricavabile dal settore dell’intermediazione immobiliare, data la situazione attuale del mercato.

Personalmente, non abbiamo i dati né le cognizioni necessarie per esprimere un parere sulla proposta Prodi, comunque interessante. Ci sembra però esiziale che il problema non sia affrontato e discusso né dai rappresentanti della finanza, né da quelli della politica. #Crisi economica