Il lancio dei missili statunitensi sulla base militare di Assad, in conseguenza dell’attacco chimico da parte di quest’ultimo sui ribelli siriani, rappresenta una svolta nella politica mondiale, tanto da aver fatto dire a qualcuno: «C'è un prima e un dopo nel mondo: prima che #Trump lanciasse i missili su Assad e dopo che li ha lanciati».

La svolta – a nostro parere – riguarda “in primis” la filosofia base della politica estera statunitense, tanto sbandierata nel programma elettorale del neo Presidente; secondariamente, la situazione e i rapporti di forza sul terreno del conflitto siriano-medio orientale; in terzo luogo, la svolta ha necessariamente implicazioni nell’area dell’estremo oriente, per quanto riguarda le velleità atomiche della Corea del Nord e i rapporti di forza USA-Cina.

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L’isolazionismo pro-Putin del programma di Trump

L’azione USA, infatti, stravolge alla radice il programma isolazionista di Donald Trump. Nel suo discorso d’insediamento – sintesi esatta del suo programma elettorale – infatti, Trump, dopo aver minimizzato il ruolo della NATO, aveva ventilato la conclusione di un’intesa cordiale con la Russia di Putin «per unire il mondo civilizzato contro il terrorismo degli estremisti islamici, che cancelleremo dalla faccia della Terra».

Il passo a considerare tale programma una “delega in bianco” alla Russia per la risoluzione delle crisi con il mondo islamico, sia in Medio Oriente che in Nord Africa – per gli osservatori – è stato breve. L’attacco missilistico nel nord della Siria stravolge tutto ciò.

Putin non poteva non essere a conoscenza dell’attacco chimico

La svolta di Trump in politica estera ha, prioritariamente, una conseguenza fondamentale sul terreno della crisi siriana.

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Rappresenta, infatti, la ripresa della politica di Barak Obama di sponsorizzazione dell'opposizione democratica ad Assad, che era stata lasciata al suo destino, ancor prima dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, consentendo ad Assad di riprendersi completamente Aleppo.

In proposito, l’errore strategico è stato di Putin; ed è il primo errore dello “zar” in politica estera da molti anni a questa parte. E’ evidente, infatti, che Putin non poteva non essere a conoscenza dell’attacco aereo siriano; è altamente probabile, anzi, che abbia appositamente giocato la carta dell’attacco chimico – dello stesso tipo che, a suo tempo, aveva consentito ad Obama di fornire l’appoggio ai ribelli, perché proibito da tutti i trattati internazionali – per “saggiare” la reazione di Trump. E si è ritrovato, per la prima volta, con la base area siriana colpita dai missili USA.

Muscoli anche contro la Corea e in Afghanistan

Pochi, però, hanno collegato la “svolta” nella politica medio orientale di Trump, con il lancio della più potente bomba non nucleare in Afghanistan, per distruggere alcuni tunnel costruiti dai terroristi islamici.

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Quasi nessuno ha ipotizzato un collegamento tra quest’altra dimostrazione di efficienza militare con la contemporanea esibizione “muscolare” di potenza atomica del dittatore nord-coreano Kim Yong-un.

Con l’azione sul suolo afghano, a pochi chilometri dal confine cinese, infatti, Trump ha fatto capire al despota – e, soprattutto, alla Cina, che lo sponsorizza – che con il lancio di una sola bomba, gli USA sono in grado di distruggere la base e tutto l’arsenale atomico nord-coreano. Fregandosene del fatto che la base sia situata, anche in questo caso, a pochi chilometri dal confine cinese. Pechino prenda atto.