La Croazia punta a diventare un gigante energetico, 'la Norvegia del Mediterraneo' secondo le dichiarazioni del ministro degli esteri di Zagabria Ivan Vrdoliar.

Sotto le acque dell'Adriatico ci sarebbero 3 miliardi di barili di greggio sui quali le grandi società petrolifere, dalla Exxon alla Shell, attendono di tuffarsi.

La corsa della Croazia

Per questo motivo il governo croato ha lanciato una gara per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi, mentre sul versante italiano dell'Adriatico ci si interroga sulle inevitabili conseguenze, sull'ambiente e sui flussi turistici, se punteggiassimo le nostre coste di piattaforme petrolifere.

Un danno, probabilmente, superiore ai benefici che il petrolio adriatico potrebbe apportare alle casse dello Stato, dal momento che la stessa Commissione Ambiente del Senato ha stimato che la quantità di petrolio estraibile riuscirebbe a stento a coprire i costi degli impianti.

In questo quadro si inserisce l'appello dell'ex presidente del consiglio Romano Prodi che auspica una decisione del governo italiano analoga a quella del nostro dirimpettaio adriatico.

Secondo i calcoli di Prodi, l'Italia potrebbe in questo modo estrarre 22 milioni di tonnellate di greggio, attraendo investimenti pari a 15 miliardi di euro e conseguente creazione di posti di lavoro.

Alle obiezioni ambientaliste, Prodi risponde che se non lo facciamo noi, lo farà comunque la Croazia, con il risultato che sarà la sola a godere dei benefici, lasciando a noi solo i rischi connessi alle trivellazioni, dal momento che gran parte dei giacimenti sono stati individuati in prossimità del limite delle acque territoriali italiane.

In pratica, mentre gli ambientalisti italiani bloccano le trivellazioni, come è già accaduto al largo delle isole Tremiti, un po' più in là entrano in azione le trivelle croate.

Le reazioni degli ambientalisti

A queste argomentazioni, gli ambientalisti rispondono che 22 milioni di tonnellate, i cui primi barili sarebbero estratti tra 6 anni, sono in realtà il fabbisogno nazionale di 4 mesi e vista la quantità stimata dei giacimenti, questi sarebbero destinati ad esaurirsi entro 3 anni al massimo.

Gli investimenti ipotizzati potrebbero essere ugualmente stimolati da politiche di sviluppo delle energie alternative o per il settore turistico, entrambi capaci di generare occupazione più del settore degli idrocarburi.

C'è quindi da augurarsi che i neodeputati italiani al Parlamento Europeo smettano di litigare tra di loro e concordino una strategia unitaria per fermare le ambizioni della Croazia, da poco divenuta il ventottesimo stato membro dell'Unione.