Un nuovo studio pubblicato su "Nature" ha evidenziato un rallentamento globale dei tornado di tipo tropicale. Nello specifico, raccogliendo e analizzando dati nell'arco temporale che va dal 1949 al 2016, si è riscontrato un calo complessivo della velocità dei cicloni del 10%.

Mettendo a confronto sia i tornado che hanno toccato la terraferma, sia quelli che si sono verificati in mare, è emerso un notevole rallentamento totale, pur con risultati variabili a seconda delle aree. Addirittura, lungo il Pacifico settentrionale si è riscontrata una diminuzione della velocità del 30%, e del 20% in Australia.

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I danni dovuti al rallentamento

Questa situazione, secondo gli studiosi, potrebbe arrecare ulteriori danni all'ambiente e alle popolazioni colpite dalle tempeste. Infatti, più un ciclone si sofferma su un determinato territorio, più si intensificano le precipitazioni in quel luogo. Inoltre, un edificio esposto per un arco di tempo prolungato ad un'intemperia, potrebbe subire dei danni maggiori, con eventuali pesanti ripercussioni sulla comunità.

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Nell'ultimo anno, questo fenomeno ha colpito soprattutto la popolazione del Texas, negli Stati Uniti, che ha dovuto fare i conti con l'enorme quantità di pioggia abbattutasi sulle grandi città durante il passaggio dell’uragano Harvey. Come conferma l'analisi del dottor Kossin, scienziato del clima presso l'Istituto statunitense per gli studi meteorologici (NOAA), questo non sarebbe un episodio isolato, ma un trend generale: l'aumento delle precipitazioni negli anni presi in considerazione dalla ricerca è stato del 10%, rispecchiando in maniera proporzionale la diminuzione della velocità globale dei tornado.

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Scienza Ambiente

L'impatto del riscaldamento globale

Lo studio effettuato da James Kossin attribuisce questo sostanziale rallentamento al cambiamento della circolazione atmosferica terrestre. Ci sarebbero, infatti, delle evidenze che collegherebbero questo fenomeno all'azione umana che, di conseguenza, contribuirebbe a indebolire la circolazione tropicale estiva. L'impatto antropogenico, infatti, aumenterebbe la capacità di ritenzione del vapore acqueo nell'aria, fattore direttamente collegato ad un incremento delle piogge. Inoltre, il riscaldamento globale potrebbe giocare un ruolo fondamentale sul verificarsi di questo fenomeno.

Dibattito aperto nella comunità scientifica

Non tutta la comunità scientifica, però, è allineata con quanto riportato dal dottor Kossin. Kevin Trenberth, scienziato meteorologo presso l'US National Center for Atmospheric Research in Boulder, ha puntato il dito contro i dati raccolti con i metodi tradizionali, ritenendo che la ricerca non sia valida, e invitando il collega ad escludere dalla sua analisi tutti i dati rilevati prima degli anni '60 perché incompleti e incerti.

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Dal canto suo, l'autore dello studio ha risposto che, al contrario dell'intensità, l'accuratezza nella misurazione della velocità di un uragano è meno sensibile all'evoluzione della tecnologia. Kossin, per dare ulteriore solidità alla sua analisi, ha citato un altro studio pubblicato quest'anno, che confermerebbe la sua teoria: in un clima più caldo, causato dal riscaldamento globale e dall'azione aggiuntiva dell'uomo, gli uragani sarebbero più lenti.

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