Sono passati più di vent’anni da quando un giovane e sbarbato Alessandro Del Piero, subentrando a un certo Fabrizio Ravanelli, esordiva appena diciannovenne nella massima serie italiana con la maglia bianconera. Correva l’anno ’93. Emergere, in un reparto offensivo come quello juventino, popolato di stelle e capitanato a quei tempi dal pallone d’oro in pectore Roberto Baggio, sembrava essere un’impresa di difficile attuazione. Solo in teoria però. La realtà, la storia, la conosciamo tutti. Da genuina promessa quale si era presentato agli occhi dell’avvocato Gianni Agnelli, a mito indiscusso del calcio italiano, la parabola di pinturicchio - così piaceva riferirsi al calciatore il presidente della Juventus - confermava la vincente politica societaria legata più che mai al riconoscimento dei talenti di casa nostra.
Una filosofia che, tra l’altro, avrebbe per anni assicurato ai CT susseguitisi sulla panchina della nazionale italiana i migliori calciatori in circolazione. Da un Agnelli all’altro, con l’avvento del calcio globalizzato e dopo i fattacci di calciopoli, la juventus pareva aver scelto una direzione differente rispetto alle sue tradizioni calcistiche, andando a pescare sempre più spesso in altri campionati, in altri bacini nazionali e non sempre affidandosi ai piedi buoni di giovani emergenti, anzi, quasi mai. Nel frattempo le milanesi, soprattutto quel transition team che è l’attuale Milan (in attesa di capire quale sarà la nuova politica societaria di bandiera cinese), hanno invertito il loro trend riservando più risorse e più spazio ai gioielli italiani.
Qui Milan. Si fa di necessità virtù. Galliani docet. Costretto dalla problematica situazione economica che vive il club ormai da qualche stagione, l’ AD rossonero non ha potuto fare altro che adeguarsi alle circostanze. Alle stringenti difficoltà indotte dall’impossibilità di competere sul piano economico tanto con le grandi italiane quanto con le big europee (non ci mettiamo di mezzo le cinesi più ricche!), si è sommato il depauperamento dello charme internazionale di cui il marchio ha sofferto negli ultimi tempi dell’era berlusconiana. Cuadrado e il baby Rodrigo Bentancur, quest’ultimo promesso alla Juventus per un diritto di prelazione che pende sul ragazzo dai tempi della cessione di Tevez al Boca, sono solo due casi esemplari di una ben più lunga lista di affari non andati a buon fine che a settembre aveva fatto storcere il naso a tutto il popolo milanista.
Con pazienza e ostinazione Montella ha fatto leva su tali difficoltà costruendo un gruppo combattivo che oggi può permettersi di schierare, tra gli altri giovani titolari italiani, due calciatori come Donnarumma e Locatelli, rispettivamente un classe ’99 e un ’98. Mica male! Due che hanno già fatto intendere alla compagine bianconera di che pasta è fatto il Milan di oggi. Locatelli che durante la gara casalinga di campionato contro la Juve ha messo in mostra le sue doti balistiche, realizzando una tra le più belle reti del campionato e firmando così il successo della sua squadra. Donnarumma invece, neutralizzando Dybala ai calci di rigore con cui si è conclusa la finale di Doha, ha sancito la vittoria della supercoppa italiana.
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