Dagli inizi a Nettuno tra il baseball e i primi lavori per aiutare la famiglia, fino al grande calcio con la Roma e al trionfo mondiale del 1982 con la maglia azzurra: Bruno Conti ripercorre la sua storia in un’intervista a Vivo Azzurro TV della Figc.

Dalle mazze al pallone: una scelta di campo

“Ero lanciatore con i Black Angels”, racconta Conti, ricordando quando a 15 anni fu notato dagli scout del Santa Monica, in tournée in Italia, pronti a portarlo negli Stati Uniti. Il padre, però, scelse per lui un futuro in Italia, dove la sua vera passione era il calcio.

“Feci tanti provini. Alla Roma, a Bologna e poi alla Sambenedettese: tutte bocciature. Dicevano ‘è bravo tecnicamente, ma fisicamente non è pronto’. Io non ci rimanevo male, il giorno dopo ero di nuovo in strada a giocare con gli amici”.

Un’infanzia intensa, fatta anche di sacrifici: “La mia infanzia è stata bellissima ma non è semplice. Lavoravo nel negozio di casalinghi di zia Maria e con la bicicletta portavo le bombole di gas nelle case. Poi andavo ad allenarmi. Un giorno stavo giocando un torneo estivo sulla spiaggia. Mi chiamò il presidente dell’Anzio: ‘La Roma ti ha visto e ti ha preso’. La soddisfazione di mio padre che era romanista”. Da lì, il salto in Nazionale: “La prima convocazione la ricordo”, dice ancora, aggiungendo che “Bearzot è stato come un padre”.

Il trionfo al Mundial ’82 e il riconoscimento dei miti

Indelebile il ricordo del Mondiale del 1982: “Al rientro a Nettuno mi vennero a prendere a casa con un’auto scappottata, io in piedi sul sedile che salutavo: sembravo il papa. Amici con i quali ero cresciuto che prendevano la mano e me la baciavano. È stato bellissimo quello che abbiamo dato a tutti gli italiani in un periodo particolare del paese — sottolinea — Pelé mi disse che ero il giocatore più importante del Mondiale. Una soddisfazione enorme, più di qualsiasi premio”. E non manca un pensiero per Maradona: “Ogni volta che ci abbracciavamo prima di una partita, mi diceva all’orecchio di andare al Napoli. Ho un amore per Diego al di là di tutto”.

Nella sua seconda vita da talent scout, Conti ha contribuito a lanciare numerosi giocatori, tra cui De Rossi, Florenzi, Pellegrini, Aquilani, Politano, Scamacca, Frattesi e Calafiori: “Oggi si predilige il fisico rispetto alla tecnica. C’è bisogno di chi insegna i fondamentali del calcio, il gesto tecnico. Non si deve parlare di tattica. La mia più grande soddisfazione non era vincere gli Scudetti, ma vedere ragazzi come Totti, De Rossi e Aquilani arrivare in prima squadra”.

Infine, uno sguardo alla sfera privata: “Devo tutto a mia moglie”, dice, prima di confidare: “Tre anni fa mi hanno trovato questo tumore al polmone ma mi hanno curato con la chemio — conclude Conti — Oggi sto bene ma è giusto che lo racconti per tutte le persone che hanno queste problematiche”.