La questione della presunta ineleggibilità di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio è giunta in Parlamento e ha scatenato un acceso dibattito all'interno della FIGC. Il senatore della Lega Roberto Marti, presidente della VII commissione del Senato, ha presentato un’interrogazione al ministro per lo sport, Andrea Abodi, chiedendo chiarimenti sulla posizione di Malagò in relazione alla normativa sul cosiddetto "pantouflage".

Contemporaneamente, è stato depositato un ricorso presso la FIGC da Renato Miele, ex difensore della Lazio, oggi avvocato e ancora tesserato.

Miele ha chiesto al tribunale nazionale federale di esprimersi sulla vicenda, contestando non solo la candidatura di Malagò, ma anche quella di Giancarlo Abete, sostenendo l'inammissibilità di entrambe. La candidatura dello stesso Miele era stata precedentemente respinta dalla FIGC per la mancata presentazione dell’accredito di una delle componenti federali, come previsto dallo Statuto.

Il dibattito sul "pantouflage" e le repliche di Malagò

Al centro della controversia vi è l’applicabilità della disciplina sul "pantouflage", nota anche come periodo di raffreddamento di tre anni, introdotta dalla cosiddetta Legge Severino. Secondo tale normativa, Malagò, che ha lasciato la presidenza del CONI il 26 giugno 2025, non avrebbe ancora completato il periodo di ineleggibilità necessario per candidarsi alla guida della FIGC, le cui elezioni sono fissate per il 22 giugno 2026.

Interpellato sulla questione, Giovanni Malagò ha ribadito la sua posizione: “Per me è un fatto, che dal mio punto di vista, oggettivamente non rientra nelle situazioni che hanno questo tipo di impedimenti”. Riguardo all'intervento politico, ha commentato: “La politica interviene? La parola politica vuol dire tante cose oggi. Possono essere una, cinque o dieci persone, ma non è 'la politica'. È qualcuno specifico della politica e io non voglio commentare perché tutte le persone che sono in grado di giudicare capiscono tutto molto bene”.

Le richieste di chiarimento e il ricorso di Miele

Renato Miele, autore del ricorso alla FIGC, ha chiarito la sua prospettiva: “L’interrogazione e l’ANAC non possono intervenire finché non avvenga l’elezione e l’accettazione della carica”.

Miele ha precisato di aver sollevato la questione alla giustizia sportiva in quanto diretto interessato, a seguito del rifiuto della sua candidatura. Nel suo atto, Miele sostiene con fermezza che “ci sono motivi prevalenti per dire che la candidatura di Malagò è inammissibile, e nel mio ricorso sostengo che lo sia anche quella di Abete”, dichiarandosi pronto a proseguire la battaglia legale fino al Consiglio di Stato.

Il senatore Marti, richiamando anche un parere dell’ANAC, ha sollecitato il ministro Abodi a valutare l’opportunità di promuovere un chiarimento preventivo presso le autorità competenti. L'obiettivo è garantire la certezza del diritto, la trasparenza e l’uniformità applicativa della normativa anticorruzione nel sistema sportivo, anche attraverso un’interlocuzione diretta con l'Autorità Nazionale Anticorruzione e gli organismi di vigilanza sportiva.

Il quadro normativo e le delibere ANAC

L’ANAC, con la delibera n. 436 del 5 novembre 2025, ha stabilito che il CONI rientra tra le pubbliche amministrazioni soggette alla normativa sul pantouflage. Ha inoltre specificato che la natura privatistica delle federazioni sportive non esclude automaticamente l’applicazione di tale disciplina. Una successiva delibera, la n. 493 del 25 settembre 2024, ha ulteriormente esteso l'ambito di applicazione, includendo tra i soggetti destinatari anche gli enti sottoposti a regolazione pubblica. Questo complesso quadro normativo alimenta il dibattito sulla legittimità della candidatura di Malagò, il quale, forte dell’endorsement della maggioranza dei votanti FIGC, continua a riflettere sul futuro, affermando: “Sono convinto che l’Italia abbia ancora il fascino per attirare grandi ct”.