Durante gli anni del chavismo, e quindi nel corso della Rivoluzione bolivariana, circa un milione e mezzo di cittadini hanno abbandonato il Venezuela. La grande maggioranza di questa nuova emigrazione è in possesso di un titolo universitario, così molti analisti - e naturalmente gli esponenti dell'opposizione moderata - gridano alla "fuga dei cervelli", e all'irreparabile perdita di capitale umano.

Ad annunciarlo sarà il rapporto "La comunità venezuelana all'estero. Una nuova modalità di esilio?", che la Universidad central de Venezuela (Ucv) pubblicherà nel prossimo ottobre. Secondo lo studio, ben il novanta per cento dei nuovi migranti è laureato, mentre il quaranta avrebbe conseguito un master. Per i ricercatori si tratta di un fenomeno di massa senza precedenti nella storia del Paese, che trova le sue ragioni nella criminalità dilagante, la carente certezza del diritto, e le scarse opportunità di migliorare la propria condizione economica sotto l'attuale Governo.





Le proporzioni della fuga - "Tra il quattro e il sei per cento della popolazione venezuelana vive al di fuori dei confini, e questo per gli standard venezuelani, sin dalla fondazione della Repubblica, è già un dato sorprendente", ha dichiarato il sociologo Tomás Páez, coordinatore dello studio e docente della Ucv. Questi rileva che non sorprende solo il numero dei migranti, ma soprattutto il loro talento: esiste una fuga di "investitori, imprenditori, medici, comunicatori sociali, ingegneri dell'industria petrolifera.

Tutto ciò è veramente impressionante".

Perdita di capitale umano, quali le cause? - Páez da un lato riconosce che la volontà di abbandonare la propria Nazione è strettamente individuale, e le motivazioni variano da persona a persona. Aggiunge però che alla base della decisione non mancano quasi mai considerazioni legate alla criminalità, all'insufficiente tutela di libertà e diritti di natura economica, e alla mancanza di opportunità di lavoro.

E il dilagare della delinquenza sembra rappresentare la molla principale per la nuova ondata migratoria: il Venezuela è notoriamente uno dei luoghi più pericolosi della Terra, mentre secondo un recente sondaggio dell'Istituto Gallup, figura come il Paese con la più elevata percezione d'insicurezza.

La crisi morde ancora - Tuttavia Páez segnala altresì le minacce - o presunte tali - alla libertà d'iniziativa economica: a partire dall'inizio dell'era chavista, "si è cominciato a creare un sistema di leggi che ha ridotto gli investimenti privati al livello più basso nella storia del Venezuela, attribuendo alla proprietà privata la parte del cattivo.

L'ottantotto per cento dei nostri concittadini", ha proseguito il sociologo, "se ne è andato negli ultimi quindici anni". Aggiunge che con le attuali normative il venezuelano non ha la certezza del rispetto dei suoi possedimenti, giacché in ogni momento la Rivoluzione bolivariana può decidere di espropriare quanto possiede, sulla base di "ragioni strategiche". E come non bastasse - è l'opinione di Páez - c'è la consapevolezza che non si può contare su un apparato giudiziario capace di difendere dagli abusi dello Stato; cioè il cittadino sa che in sede processuale parte già sconfitto in partenza, poiché nel Paese non esiste una vera e propria separazione dei poteri.

Il rapporto approfondirà anche i motivi della "fuga" di puro ordine economico: uno scenario aggravato dalla crisi attuale, caratterizzata da inflazione alle stelle e difficoltà di approvvigionamento dei beni primari.

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