In un centro commerciale vi sarà capitato senz'altro di passare dinanzi, entrarvi e magari acquistare nella catena di negozi di abbigliamento H&M, colosso svedese, famoso soprattutto per i prezzi molto modici. Ma cosa c'è dietro tanta convenienza? A scoprirlo ci ha pensato un giornale loro connazionale, Aftenposten, che ha deciso di mettere in piedi un'inchiesta spedendo tre fashion blogger in Cambogia. Paese del sud-est asiatico diventato famoso alla fine degli anni '60 per l'assurda guerra combattuta sulla scia di quella del Vietnam e oggi altrettanto tristemente noto per come i suoi abitanti vengono sfruttati dai colossi delle multinazionali.
L'inchiesta si chiama Sweat Shop ed è una sorta di docu-reality. A riprendere la notizia per l'Italia è stato il portale Caffeina.
Le tre ragazze hanno così vissuto per un mese a stretto contatto con i lavoratori dei laboratori tessili dove vengono realizzati gli abiti, vivendo nelle loro stesse condizioni, tra capannoni con precarie condizioni igienico-sanitarie e turni di lavoro massacranti. In quelle condizioni vi lavorano anche per sedici-diciotto ore al giorno, con stipendi molto bassi e senza alcuna tutele in caso di malattie o infortuni. Ma qualcosa si è inceppato: forse per il risultato troppo cruento del servizio, il giornale ha deciso di censurare molte notizie fuoriuscite, forse anche dinanzi a forti pressioni.
E allora una delle tre blogger, Anniken Jørgensen, ha deciso di andare avanti da sola per far emergere la verità. Ha fatto così nomi, fatto emergere dati allucinanti, pubblicato video agghiaccianti. La blogger si è detta anche delusa dal suo Paese, nel quale credeva ci fosse libertà di espressione.
Tra le varie storie, quella che l'ha colpita di più riguarda una ragazza diciottenne, che ha iniziato a lavorare a soli nove anni. Nove anni passati dunque a lavorare in uno stanzino sporco e buio per ore e ore, non godendosi gli anni più belli della propria vita. Ora grazie al web, il coraggio della Jorgensen sta venendo premiato. E quella sarà un'esperienza che non dimenticherà di certo. E chissà in quanti altri Paesi c'è questa moderna forma di schiavitù e quanti altri marchi lo praticano.