Il 23 maggio 1992 moriva nella strage di Capaci uno dei personaggi più importanti dell'Italia repubblicana, il magistrato Giovanni Falcone. Più di 500 kg di tritolo lo aspettavano nel raccordo autostradale tra l'aeroporto di Punta Raisi e Palermo, all'altezza di Capaci, dove l'autobomba venne fatta esplodere e l'auto della scorta e quella del magistrato vennero sbalzate in aria e semidistrutte da quello che rimane oggi il più efferato attentato di mafia.

Palermitano di nascita, del quartiere della Kalsa, incontrò da piccolo Paolo Borsellino e diventarono amici: un'amicizia destinata ad andare ben oltre le vicende di gioventù, tanto che i due si ritroveranno poi prima all'università, studiando giurisprudenza, e poi direttamente tra le aule del Palazzo di Giustizia a Palermo, dove faranno parte del pool antimafia.

Il pool antimafia e il Maxiprocesso

Ed è proprio grazie all'intuizione del pool, voluto da Rocco Chinnici, e dalla sua importanza fondamentale per combattere la mafia, che Falcone idea il maxiprocesso, uno scacco matto a Cosa Nostra, il più grande processo mai avvenuto in Sicilia e che vide imputati diverse centinaia di capi mafia, tra cui Michele Greco, Luciano Liggio e Pippo Calò. Fondamentale il pentimento e la collaborazione del boss dei due mondi, Tommaso Buscetta, riuscita sempre per opera di Falcone, che vide il boss svelare tutti i segreti dell'organizzazione criminale più potente al mondo.

Attaccato e dimenticato

Dopo Giovanni Falcone fu dimenticato, invidiato e lasciato solo. Gli venne preferito dal Consiglio Superiore della Magistratura un giudice anziano che non si era mai occupato di mafia, Antonino Mieli, che chiede ed ottiene quindi il trasferimento presso gli uffici del Ministero di Grazia e Giustizia a Roma.
Volto noto della lotta della mafia da parte dello Stato, Falcone è ospite in più trasmissioni televisive, e più volte nel corso di queste viene attaccato da esponenti anche interni allo Stato come dall'allora sindaco di Palermo (ed anche odierno) Leoluca Orlando e da Totò Cuffaro.

Poi la conferma in cassazione delle condanne del maxiprocesso, avvenuta il 31 gennaio del 1992, e la 'mattanza' di Totò Riina per vendicarsi nei confronti dello Stato e di chi nello Stato aveva evidentemente promesso qualcosa che non avvenne.

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Venne infatti ucciso Salvo Lima, e qualche mese dopo lo stesso Falcone, in uno dei periodi più oscuri della storia italiana, oggi in corso di giudizio nel processo sulla trattativa Stato Mafia e sull'attentato al giudice Paolo Borsellino, seguito di appena due mesi a quello di Falcone, si dice, per sopperire al fatto che Borsellino avesse capito che lo Stato stava trattando con la mafia.