Javier (nome di fantasia) viene dall’Argentina, ha 53 anni, e fin da ragazzino ha sempre voluto farsi prete. Una storia comune a tanti, ma quella di Javier ha un’importante peculiarità: un handicap motorio che ne condiziona pesantemente l’esistenza fin dalla nascita. E anche il suo sogno di indossare l’abito talare è sfumato per due volte a causa della sua disabilità. Ecco le sue dichiarazioni in esclusiva.

In Argentina la vita era difficile

“Sono nato a Buenos Aires e lì la vita per i disabili è difficile: ci sono molti pregiudizi e veniamo discriminati – racconta l’uomo a Blasting News Italia –. A 13 anni ebbi la chiamata, sentivo che il mio destino era quello della fede.

E 6 anni più tardi me ne convinsi ancora di più dopo aver assistito al rito dell’ordinazione sacerdotale di mio cugino”.

Nel frattempo, Javier consegue una laurea in economia e commercio e inizia a studiare teologia, ma qui incontra le prime difficoltà: il professore di teologia morale lo boccia tre volte e lo fa espellere dalla facoltà. Malgrado questo incidente di percorso, il ragazzo riesce a entrare in un seminario diocesano.

“Quello fu un periodo felice della mia vita. Ero convinto che il mio futuro fosse lì”. E invece, dopo due anni, i preti responsabili del seminario invitano Javier a tornare a casa per trascorrere un po’ di tempo nel mondo esterno. Gli dicono di aspettare di essere richiamato, ma attenderà invano.

Ormai Javier ha 28 anni e ha bisogno di trovare la sua strada. Sfrutta la laurea in economia e commercio e trova lavoro presso l’equivalente argentina della nostra Agenzia dell’Entrate e ci resta fino al 1997.

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Poi prende la decisione che gli cambia la vita.

A Roma in cerca di Dio

“Mi sono licenziato per trasferirmi qui a Roma, convinto che nella città eterna avrei davvero potuto coronare il sogno di sacrificare la mia vita a Dio”, racconta ancora Javier. Ma i suoi familiari non condividono la sua scelta e lo cacciano di casa. Allora lui preleva il suo ultimo stipendio e vola in Italia.

“All’inizio è stato difficile anche qui. Non avevo una sistemazione stabile ed ero solo. Poi ho conosciuto qualcuno che mi ha aiutato a iscrivermi alla facoltà di teologia e ho potuto concludere i miei studi”.

Javier entra in una casa-famiglia e cerca di rifarsi una vita. Nel 2005, durante un viaggio di pellegrinaggio a Lourdes, conosce un vescovo a cui racconta della sua vocazione negata. L’alto prelato porta il caso dinnanzi a una commissione di esperti, che chiede il ricovero dell’uomo al policlinico Gemelli.

“Per un mese mi sottoposero a una serie di esami, più che altro per capire se soffrivo di una malattia degenerativa.

Io ero sereno perché il mio handicap non è dovuto a quello”.

Uscito dall’ospedale, l’uomo torna alla casa-famiglia dove attende la decisione della commissione, che però non arriva. Allora interpella ancora il vescovo.

“Lui mi fece capire che, se fossi entrato in seminario, non era sicuro che sarei diventato prete. Se lui avesse lasciato Roma, i sacerdoti si sarebbero liberati di me il giorno dopo”.

Oggi Javier ha rinunciato al sogno di diventare prete e si è costruito un’esistenza nel mondo civile, pur se con tante difficoltà.

“Vorrei trovarmi una compagna e affittare una casa, ma i proprietari non vogliono inquilini disabili. Sono protetti dalla legge e avrebbero problemi a mandarli via”. Perciò è costretto a vivere ancora in una casa-famiglia, dov’è circondato da persone affette da disabilità psichica. L’ennesima discriminazione che gli tocca subire sulla propria pelle.