L’Arabia Saudita si prepara ad eseguire ben 52 esecuzioni per condanne a morte. A rivelarlo sono stati alcuni network locali che hanno lanciato l’allarme, alta l’attenzione anche da parte di Amensty Internetional che in merito ha sollevato non pochi dubbi. Ufficialmente le condanne a morte riguarderebbero solo dei terroristi, ma secondo l’organizzazione non governativa impegnata nella difesa dei diritti umani, nella lista delle esecuzioni ci sarebbero inclusi anche manifestanti che fanno parte della minoranza sciita.

Nell’ultimo anno lo stato arabo ha dato seguito a 151 condanne a morte, un vero e proprio record, una tendenza che secondo Amnesty International va subito fermata.

Quello di far fuori i terroristi potrebbe essere un pretesto per la monarchia araba di eliminare anche alcuni oppositori che fanno capo alla minoranza sciita, il ramo minoritario dell’Islam.

Sciiti e Sunniti, una guerra lunga secoli

In Arabia Saudita la minoranza sciita rappresenta circa il 5% della popolazione, dietro c’è una storia di divisioni lunga secoli, controversie di vedute soprattutto in ambito religioso che hanno portato ad una convivenza molto difficile tra le due sette islamiche: sciiti e sunniti. La maggioranza Araba accusa gli sciiti di fomentare la rivoluzione iraniana mentre quest’ultimi accusano i sunniti di non garantire parità di diritti tra maggioranza e opposizione.

La convivenza tra le due sette islamiche è diventata più difficile dal 1979 con la nascita della repubblica iraniana, il primo stato islamico con gli sciiti al potere; Iran e Arabia saudita si sono sempre contesi l’egemonia del mondo musulmano con continue guerre tra popoli.

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Sono decenni che la guerra tra sciiti e sunniti va avanti, una guerra basata principalmente sull’interpretazione del Corano che ha portato a massacri e violenze. I sunniti hanno vietato agli sciiti di praticare alcuni riti religiosi, ma quest’ultimi si sono sempre ribellati organizzando, nel corso degli anni, delle rivolte diventate storiche.

Oggi in Arabia Saudita gli sciiti sono considerati ribelli, sono emarginati e perseguitati, per tale motivo secondo Amnesty International occorre tenere sempre alta la guardia perché l’uccisione dei terroristi non rappresenti la scusa per eliminare anche gruppi di opposizione politico-religiosa.

 

 

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