Era chiamato il "re dei ristoranti". Michele Angelo Licata è molto noto a Marsala, in provincia di Trapani, per la sua attività di imprenditore nei settori della ristorazione e turistico-alberghiero. Tra le strutture più conosciute e frequentate nelle sue disponibilità anche il resort "Delfino". 

Il blitz della guardia di finanza è scattato su disposizione della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Marsala e su richiesta della locale Procura della Repubblica. I beni posti sotto sequestro ammontano ad un valore complessivo di circa 127 milioni di euro. Si tratta di proprietà immobiliari, società e denaro intestati non solo all'imprenditore ma anche alla moglie, Maria Vita Abrignani, alle figlie Valentina, Clara Maria e Silvia, alla madre Maria Pia Li Mandri ed al genero Roberto Cordaro.

Secondo gli inquirenti si tratterebbe di un patrimonio illecitamente acquisito attraverso l'appropriazione indebita di fondi comunitari e la frode fiscale.  

Le fiamme gialle hanno dunque posto i sigilli a dieci società, tre ditte individuali, settantacinque fabbricati, duecentocinquantasette terreni, ventitré autoveicoli, settantuno conti correnti bancari sui quali erano depositati circa 6 milioni di euro, sei polizze vita del valore di circa 4 milioni e 600 mila euro, oltre a partecipazioni societarie. L'operazione ha riguardato anche i territori di Petrosino e Pantelleria, si tratta della più ingente misura di prevenzione patrimoniale a livello nazionale per reati non connessi all'associazione mafiosa

Michele Angelo Licata, 55 anni, aveva iniziato con un piccolo ristorante a conduzione familiare.

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È il 1997, a detta degli inquirenti, l'anno in cui prendono il via le sue attività illecite. L'inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore di Marsala, Alberto Di Pisa, ha permesso di ricostruire la mappatura dell'intero patrimonio della famiglia Licata, non assolutamente giustificabile dai redditi effettivamente dichiarati. Nel complesso le imposte evase superano i 9 milioni di euro. Un primo sequestro preventivo era stato subito lo scorso aprile dall'imprenditore marsalese, accusato di riciclaggio e finito sotto processo dopo aver inviato ingenti bonifici a parenti nel tentativo di svuotare i conti correnti.