Il giornalista Maurizio Macaluso lavorava nella redazione del settimanale “Il Quarto Potere”, diretto da Vito Manca. Nel 2007, in una rubrica da lui curata su fatti di cronaca ancora avvolti nel mistero, iniziò ad occuparsi della strage alla caserma “Alkamar” del 27 gennaio 1976, sollevando dubbi sulla reale colpevolezza di Giuseppe Gulotta, Vincenzo Ferrantelli, Gaetano Santangelo e Giovanni Mandalà, i quattro giovani condannati per il duplice omicidio dei carabinieri Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo. “Mi recai anche ad Alcamo – ricorda Macaluso, contattato dalla redazione di Blasting News Italia – ad intervistare Marta Ferrantelli, sorella di uno dei presunti colpevoli.

Tra i miei obiettivi c’era ovviamente quello di contattare direttamente Vincenzo Ferrantelli, tanto lui quanto Gaetano Santangelo all’epoca si trovavano in Brasile. Entrambi, a qualche settimana di distanza, fecero pervenire una e-mail in redazione raccontando la loro versione dei fatti che venne pubblicata sul nostro settimanale. In risposta ricevetti anche un’altra e-mail con parole di fuoco da parte dei familiari di Salvatore Falcetta che contestarono il contenuto dell’articolo. Per quasi un anno non ci furono altre novità sul caso”.

Contattato dall’ex brigadiere Olino

“A quasi un anno di distanza – prosegue Maurizio Macaluso – ricevetti una mail anonima. Qualcuno sosteneva di essere a conoscenza della verità, affermando che erano stati condannati quattro innocenti.

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Si faceva riferimento anche alla mail dei familiari di Falcetta, ‘chissà cosa direbbero se sapessero la verità’, tra le parole che mi vennero scritte. Il misterioso mittente rivelò successivamente la sua identità, si trattava dell’ex brigadiere Renato Olino che aveva assistito agli interrogatori dei giovani arrestati nel 1976. Ci incontrammo successivamente a Trapani, venne in redazione e mi espose i fatti ai quali aveva assistito. Si trattò di confessioni forzate; ad esempio, nel caso di Giuseppe Vesco, le confessioni gli vennero estorte nel corso dell’interrogatorio con la torture. Da quel momento la strage di Alcamo Marina divenne un tormentone del nostro giornale, mi sforzavo settimana dopo settimana per mettere insieme nuovi elementi. La Procura, che conservava anche le copie dei miei articoli, raccolse poi elementi a sufficienza per riaprire il caso”.