Aveva 28 anni, Giulio Regeni, dottorando di Cambridge nato in Friuli e approdato in Egitto per la sua tesi di ricerca in economia. Raccontava, o meglio, analizzava la realtà egiziana e già alcune volte le sue analisi erano state ospitate sulle pagine del quotidiano Il Manifesto. E' scomparso lo scorso 25 gennaio, un giorno non certo come tutti gli altri per l'Egitto: lo stesso giorno che, cinque anni fa, aveva visto scendere in piazza 25 mila egiziani, ispirati dalla Rivoluzione dei Gelsomini avvenuta poco prima in Tunisia.

E mentre alcuni quotidiani hanno affiancato la storia di Regeni a quella di Valeria Solesin - anche lei ventottenne, anche lei nata nel nord-est italiano per poi trasferirsi all'estero - Il Manifesto ha scelto di affiancare il destino del ricercatore friulano a quello dell'attivista egiziana Shaimaa el-Sabbagh, morta lo stesso giorno di Regeni, ma un anno prima, durante le stesse manifestazioni che riportavano la memoria a quel 25 gennaio 2011.

Le contraddizioni

Come se la notizia non fosse già sconvolgente di suo, a rincarare la dose ci ha pensato il ministero degli Interni egiziano che, insieme al capo del dipartimento delle indagini della polizia giudiziaria, ha tentato di far passare la morte di Regeni come il risultato di un incidente automobilistico o, vista l'assenza di vestiti sulla parte inferiore del corpo, di un delitto a sfondo sessuale. Il tutto mentre la Procura di Giza dava la notizia di un corpo martoriato, torturato, che aveva ceduto dopo una morte lenta. Per un incidente in auto non si può finire mezzi nudi per strada.

Giulio Regeni è stato assassinato. Gli inquirenti dovrebbero occuparsi di capire il perché, non avanzare, come sta facendo il ministero degli Interni egiziano, una serie di motivazioni bizzarre, sfacciato tentativo di confondere le acque davanti all'evidenza di un corpo torturato.

Per giustificare il delitto sarebbe stato addirittura scomodato l'Isis, che ha sempre mostrato tecniche d'esecuzione piuttosto differenti. 

La preoccupazione

Il dottorando friulano era preoccupato e questa non è la deduzione del redattore del Manifesto che aveva letto la sua ultima email ma la parola utilizzata da Regeni stesso per giustificare la sua richiesta: quella di pubblicare sotto pseudonimo. Raccontava realtà scomode in un Egitto entrato nel suo terzo anno dopo il golpe militare. Ed è probabile che tutto questo abbia a che fare con quello che gli è successo in un giorno quanto meno particolare, come raccontato in precedenza.

Ieri, al Cairo, è atterrato un team di investigatori italiani composto dai militari del Ros dei carabinieri e dello Sco della Polizia. La Dpa, agenzia stampa tedesca, avrebbe riferito di due arresti legati all'omicidio di Regeni. Il ministero dell'Interno egiziano, però, non avrebbe né confermato né smentito quanto dichiarato dall'agenzia. 

Adesso non rimane che aspettare l'esito dell'autopsia, effettuata nell'istituto di medicina legale dell'Università La Sapienza di Roma.

Ad indagare sul caso, per omicidio colposo, è la Procura di Roma.