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Nella stessa terra in cui il ricercatore italiano Giulio Regeni veniva rapito e ucciso e sul cui caso le autorità italiane sperano ancora di fare chiarezza, ben sette mesi prima un altro connazionale, trasferitosi in Egitto per lavoro, era stato protagonista di un'altra inspiegabile vicenda.

L'uomo racconta di essere stato fermato da due agenti in borghese, i quali lo avrebbero in seguito interrogato e chiuso in una cella con all'interno altre quaranta persone.

Un'ingiustizia di cui è ancora impossibile stabilire il razionale e che ha costretto l'uomo a ben ventisette giorni di carcere, senza poter mai entrare in contatto né con i familiari né tanto meno con l'Ambasciata italiana. Un diritto, quest'ultimo, che gli è stato negato sin da subito dalle autorità locali.

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"Ancora non so perché mi hanno arrestato: forse perché sono omosessuale"

In Egitto, infatti, pur non essendoci una legge che dichiari esplicitamente l'omosessualità come un reato, non vengono contemplate forme di tutela solide per la comunità LGBT, nei confronti della quale vi è un'aperta e tollerata ostilità. Non è nemmeno così difficile mandare un omosessuale in carcere, basti pensare che nel 2001, per esempio, cinquantadue ragazzi sono stati arrestati e condannati ad alcuni anni di galera per "immoralità abituale".

Potrebbe quindi essere questa la ragione che ha spinto le autorità a processare e ad incarcerare l'uomo ed è anche una tra le prime giustificazioni che si è dato il diretto interessato, ancora incerto di aver vissuto tutto questo per via del suo orientamento sessuale o a causa della sua nazionalità straniera. Ma fortunatamente l'uomo è stato rilasciato per assenza di prove e quindi, almeno per lui, la vicenda si è conclusa nel migliore dei modi e proprio grazie ad uno dei suoi compagni di cella.

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A contattare l'ambasciata italiana, infatti, garantendo così la sicurezza del ragazzo, sarebbe stato proprio il padre di uno dei compagni di cella dell'uomo, con il quale è stato possibile entrare in contatto tramite un cellulare nascosto.