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Un omicidio senza colpevoli ed oggi praticamente dimenticato, se non per i familiari che lottano da 26 anni per arrivare alla verità. Il biologo trapanese Giuseppe Salvo, 42enne dirigente dell'Istituto Superiore della Sanità, nel giugno del 1990 era ospite dell'università nazionale di Modagiscio. Venne ucciso nella notte tra il 17 ed il 18 giugno ed il movente non è mai stato chiaro. Il cadavere venne ritrovato la mattina del 18 giugno in una delle celle di sicurezza delle milizie somale agli ordini del dittatore Siad Barre.

Il governo di Mogadiscio fornì inizialmente all'Italia la versione del suicidio secondo la quale Salvo si sarebbe impiccato usando camicia e pantaloni.

L'autopsia confermò l'omicidio

L'esame autoptico dimostrò che le cause della morte erano state altre.

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Giuseppe Salvo era morto a causa di un violento trauma cranico, le contusioni cerebrali ne indicavano chiaramente i colpi subiti. Era stato barbaramente ucciso ed i depistaggi del regime somalo fecero scoppiare il caso diplomatico con l'Italia. Venne istituita l'ennesima, inutile Commissione Parlamentare d'inchiesta. Inutile perchè ancora oggi non si conoscono il movente e l'autore del delitto. Nel frattempo Giuseppe Salvo venne insignito di una medaglia d'argento al valor civile, consegnata naturalmente ai suoi familiari. Qualche anno fa Fabio Salvo, figlio secondogenito di Giuseppe, ha scritto una lettera all'allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano. "Mio padre - scrisse Fabio - è un cittadino emerito dimenticato dallo Stato Italiano, un caso umano drammatico mai chiarito dalle Istituzioni".

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Fabio Salvo segue le orme del padre e lavora all'Istituto Superiore della Sanità.  La vicenda per certi versi è simile a quanto accaduto quest'anno Giulio Regeni in Egitto, per il quale ovviamente si spera in un diverso epilogo.