Nel carcere ‘Don Bosco’ di Pisa Fausta Bonino, l’infermiera sospettata di aver ucciso volontariamente 13 pazienti dell’ospedale di Piombino, è stata ascoltata per tre ore dal gip. La donna sostiene fermamente la propria innocenza e afferma di essere al centro di un equivoco, mentre il suo avvocato dichiara di essere stata addirittura minacciata. Il gip si prepara a decidere se optare per la scarcerazione o confermare l’arresto.

L’infermiera si professa innocente  

Giura sui suoi due figli e sul marito l’accusata, davanti al gip Antonio Pirato.

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Aggiunge anche che, per lei, quelle morti all’interno dell’ospedale sarebbero state sempre inspiegabili. Durante l’interrogatorio, durato tre ore, l’infermiera ha risposto senza alcuna esitazione a tutte le domande che le sono state poste. Dice di essere convinta di poter dimostrare di essere lei stessa una vittima di quella vicenda, tutt’altro che un’assassina seriale, e di potersi paragonare addirittura ad un capro espiatorio. All’interrogatorio, oltre all’avvocato difensore Cesarina Barghini, erano presenti anche Ettore Squillace Greco, il procuratore di Livorno e il pm Massimo Mannucci.

L’avvocato e i fatti a favore della difesa  

Cesarina Barghini, avvocato di Fausta Bonino, è convinta che l’assassino seriale, se realmente esistente e colpevole dei decessi dei 13 pazienti, sia ancora in corsia. Contemporaneamente, però, l’avvocato esprime i suoi dubbi sulla responsabilità di una sola persona dichiarando che gli omicidi non sembrano essere legati tra loro. Difende la sua assistita gridando al processo mediatico e altamente indiziario, sminuendo quelle che, secondo lei, non possono essere considerate effettive prove della colpevolezza della Bonino.

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La sua personale opinione è che sia stata “costruita” una prova, basandosi sulla presenza dell’infermiera nei turni in cui i pazienti sarebbero deceduti, ma che essa non regge in quanto sembrano esserci delle incongruenze di fondo. L’avvocato si chiede anche il motivo per cui procura e carabinieri non abbiano pensato di ricorrere alla videosorveglianza, installando delle videocamere nel reparto in questione, soprattutto dopo la nascita dei primi sospetti su Fausta Bonino, che avrebbero potuto salvare tre delle tredici persone decedute e anche incastrare il colpevole.

La Barghini dichiara che a tal proposito, gli investigatori si sono rifiutati di darle risposte. La donna conclude, rivelando di essere stata minacciata via Internet, in quanto avvocato difensore dell’infermiera.