Pelé ha deciso di fare causa aSamsung per ragioni legate alla pubblicità dei nuovi modelli di televisori sudcoreani, i cui manifesti comprendono l’immagine di un uomo di colore non più giovanissimo, che potrebbe ricordare O Rey, e di un calciatore che a Pelé non somiglia per nulla, ma è impegnato in una sforbiciata a mezza altezza, di quelle in cui era specializzato il campionissimo brasiliano. Non essendo citato in modo esplicito, Pelé non ha percepito alcun compenso per lo spot, ma l’utilizzo della sua immagine o di immagini a lui riconducibili è talmente evidente, secondo i legali del calciatore, da indurre la promozione di una causa presso il Tribunale di Chicago.
Samsung ha danneggiato i diritti di Pelé, dicono, e pertanto si richiede il pagamento di un indennizzo da 30 milioni di dollari. Vedremo come finirà lo scontro fra il colosso tecnologico e il campione del calcio, ma, sull’intera vicenda, ristagna una sola domanda.
C’era proprio bisogno di Pelé per vendere le nuove TV?
Il legame fra il più grande calciatore brasiliano di tutti i tempi e le innovative tecnologie su cui si basano i prodotti Samsung è in effetti piuttostoesile e rappresenta un esempio di come il mondo della pubblicità, a volte, strapazzi i riferimenti culturali ficcandoli a forza in un contesto che, in sostanza, a loro è estraneo. Che si tratti di personaggi famosi o di commenti musicali cambia poco, e pazienza se il risultato, a volte, è quasi grottesco.
Ad esempio, il recentespot di una nota azienda di telefonia italiana prevede, in sottofondo, una canzone diJeff Buckley, dal titolo “The Last Goodbye”, dall’album “Grace”, l’unico registrato dal cantante chitarrista americano, morto annegato nel Mississippi all’età di anni 31. Il testo, o almeno l’inizio, dice: “questo è il nostro ultimo saluto / odio vedere il nostro amore morire”. Perfetto per pubblicizzare il settore delle telecomunicazioni. Per non parlare di “Sweet Child o’ Mine” dei Guns n’ Roses, scelta per un’acqua frizzante, di “Lemon Tree” dei Fool’s Garden, il cui titolo l’ha condannata a pubblicizzare una bevanda a base di limone, fino al 5° Concerto Brandeburghese di Bach, che sosteneva le vendite di un amaro, e all’aria “un bel dì vedremo, levarsi un fil di fumo” della Madama Butterfly di Puccini utilizzata per un’auto (e, per inciso, se un fil di fumo esce da una macchina, non è un buon segno) e, capolavoro dei capolavori, la Carmen di Bizet riscritta per un detergente: “mai più il risciacquo… igiene sì, fatica no”.
Era il 1989: Bizet, almeno, non frequentava questa valle di lacrime dal 1875.
Anche la pubblicità può essere perfetta
Certo, non è il criterio della bellezza quello in base al quale stabilire se una pubblicità funziona o meno. Gli spot possono essere inappropriati e, proprio per questo, rimanere in mente, come dimostrano i casi appena citati. Inoltre, è pur vero che esiste un sistema di protezione dei diritti, come i legali di Pelé stanno evidenziando (dal quale Puccini, Bach e Bizet sono esclusi, s’intende). In ogni caso, esistono anche pubblicità molto riuscite. Ad esempio, era divertente quello spot con “Vita spericolata” in sottofondo a genitori e nonni alle prese con la loro prole scatenata, mentre era notevole quello con una splendida Carrè Otis a fracassare l’auto del suo compagno (che le aveva fregato l’orologio) con una mazza da golf e sulle note di “I think I’m paranoid” dei Garbage.
Poi ci sono pubblicità che sfiorano il genio, come il manifesto di una automobile a sette posti. C’è una strada sul cui ciglio Biancaneve sta facendo l’autostop. Il testo dice: “macchina taldeitali. Con solo sette posti. Ci dispiace”. Complimenti, altro che la sforbiciata di Pelé.