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Circa duemila anni fa Cicerone invitava ad iniziare un qualsiasi discorso con una battuta ad effetto per carpire benevolenza dall’uditorio.

Celeberrimo l’incipit dell’orazione contro Catilina “Quosque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”.

Quindi cosa può esserci di meglio che iniziare un discorso politico con una cifra ad effetto?

L’Italia soffre di un ritardo negli investimenti in ricerca scientifica rilevante rispetto agli altri paesi della Unione Europea, cosa che ha molta visibilità nel Paese vista la pubblicità data al fenomeno della fuga dei cervelli.

Quindi il Primo Maggio, data densa di valori simbolici per il lavoro e le prospettive nel futuro, il nostro primo ministro Matteo Renzi ha lanciato un messaggio a gran voce: finalmente il Governo operava un massiccio investimento nella ricerca scientifica destinando 2.5 miliardi di euro al P.N.R.

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di concerto con il ministro del MIUR Stefania Giannini.

Il Piano Nazionale della Ricerca coordina la ricerca italiana con quella europea e l’attività di ricerca delle Università, Imprese, Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Immediate le voci di disaccordo

Come denuncia il professor Giorgio Parisi,  il precedente Piano Nazionale della Ricerca del ministro Gelmini redatto per il periodo 2011 – 2014 assegnava 2.7 miliardi. Anche se quella destinazione di fondi risentiva di un maggiore apporto dei fondi europei (P.O.N.), la riflessione da fare è che quei fondi servono per il necessario supporto alla competitività dell’Italia. 

Si inneggia al successo per i 500 milioni in più rispetto alla prima previsione, purtroppo il gap negli investimenti in ricerca peggiora sempre più la competitività del Paese, quindi un vero segno di svolta avrebbe dovuto manifestarsi con un impegno diverso degli investimenti pubblici. 

Poi non vi sarà sfuggito che il vecchio P.N.R.

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copriva gli anni 2011 – 2013 e questo invece parte ora, cosa è accaduto negli anni 2013 – 2016?

Nel febbraio 2014 il Ministro dell’Istruzione Università e Ricerca Maria Chiara Carrozza produsse la proposta di P.N.R. per il 2014 – 2020 nel febbraio 2014, ma il governo Letta cadde. Il programma prevedeva maggiori risorse (un totale di 2.7 miliardi in tre anni) pur nascendo in un periodo di crisi maggiore della finanza pubblica.

Quindi cosa accadrà per le attività di pertinenza del Piano Nazionale delle Ricerche svolte negli anni 2014 – 2016 senza una copertura finora ufficiale?

Ricerca di Base ancora Cenerentola?

Inoltre sembra proprio che tutto lo sforzo del P.N.R. sia rivolto ad iniziative con ritorno a breve.  Infatti sono prioritari gli investimenti in Aerospazio, Agrifood, Fabbrica Intelligente e considerati ad alto potenziale quelli sul Made in Italy, Chimica Verde, Cultural Heritage.

Comprensibile l’appello inviato dalle maggiori associazioni matematiche (U.M.I., A.I.L.A., A.I.R.D.M.,A.I.R.O., A.M.A.S.E.S., S.I.S.M) al ministro per un intervento più deciso a favore delle proprie materie ricordando che recenti studi in U.K.

hanno stabilito che il 16% del PIL dipende da attività legate alla ricadute della ricerca matematica di base ed applicata.

Non dimentichiamoci il dato di partenza

Solo negli anni 2009 – 2014 il Fondo di finanziamento ordinario ha subito una riduzione di 800 milioni di euro, passando dallo 0,49% del Pil allo 0,42%, contro l’1% di Francia e Germania. La spesa (pubblica e privata) per la ricerca è pari all’1,3% del Pil contro una media europea del 2%. 

Non si può rimanere fermi né giocare con le affermazioni ad effetto per una captatio benevolentiae di chi si lascia impressionare senza mettere in giusto rapporto i numeri: le risorse destinate alla ricerca in Italia sono insufficienti e destinate a peggiorare la nostra ricchezza e stile di vita. 

Quindi sembra che questo caso, più che interessare lo sviluppo del Paese, potrebbe essere oggetto di un accurato studio dei fenomeni della comunicazioni e sulla nostra etnologia come fu “Sud e Magia”.