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Muhammad Ali, il più grande pugile del ventesimo secolo, si è spento venerdì all’età di 74 anni nell’ospedale di Phoenix in Arizona, dove era stato ricoverato in seguito al peggioramento delle sue condizioni fisiche. Colpito trent’anni fa dal più terribile knock down della sua lunga carriera pugilistica, il morbo di Parkinson, Ali aveva lasciato la boxe nel 1981, continuando una drammatica battaglia contro una malattia che lo ha messo al tappeto più volte.

Il colosso di grinta e muscoli, 3 volte campione del mondo dei pesi massimi, era diventato una creatura fragile e piegata da una patologia che solo negli ultimi anni lo aveva costretto al ritiro dalla vita pubblica, quel palcoscenico che più volte aveva calcato rendendosi protagonista di prestazioni storiche indimenticabili.

Un guerriero anche fuori del ring

Muhammad Ali, nato Cassius Clay, iniziò la sua fulgida carriera all’età di 12 anni per interromperla nel 1960 quando rifiutò l’arruolamento nell’esercito americano durante la guerra in Vietnam.

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Riabilitato dalla Corte Suprema dalla condanna di renitenza alla leva, Ali continuò a battersi dentro e fuori dal ring, costruendo quel mito destinato a rimanere una pietra miliare nella storia del pugilato e delle campagne contro il razzismo.

Simbolo del movimento contro la discriminazione dei neri, si affiancò alle battaglie portate avanti da Martin Luther King e MalcomX, divenendo, grazie alla sua fama, un vero e proprio punto di riferimento per la comunità nera statunitense. Protagonista di numerosi episodi di gossip legati alla sua vita privata, Ali fece parlare di sé nel bene e nel male ma nel novembre del 2005 venne insignito dall’allora Presidente degli Stati Uniti George W. Bush della più alta onorificenza civile, la Medaglia Presidenziale della Libertà, concessa a personaggi del calibro di Joe di Maggio, John F.

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Kennedy, Bob Dylan, Placido Domingo, Frank Sinatra e Audrey Hepburn per citarne alcuni.

Una stella nel firmamento, quella di Ali, destinata a brillare per l’eternità anche ora che, dopo atroci sofferenze affrontate con la sua inesauribile determinazione, ha terminato la sua presenza terrena. La sua celeberrima frase “volteggia come una farfalla, pungi come una vespa” è stata ed è tuttora il leit motiv di molti sportivi che hanno cercato di ricalcare le gesta di colui che, sul ring, danzava con leggerezza e colpiva con spietata velocità.