"Orgoglioso della legge della ‘vita’ degna belga. La vita che lotta merita una fine consona con la lotta. Non gettò mai la spugna ma decise il suo finale”. Con queste parole lo scrittore catalano Albert Espinosa, autore della serie tv di successo “Braccialetti rossi” ha commentato il primo caso di eutanasia avvenuto su un minorenne in Belgio. Il ragazzo aveva 17 anni e soffriva dolori insopportabili. Mentre la Chiesa critica la legge come un esempio della “licenza per uccidere”, c’è chi la sostiene perché capisce la situazione, vissuta sulla propria pelle.

Lo scrittore

Espinosa è diventato famoso in tutto il mondo grazie al telefilm “Braccialetti rossi”, che racconta la vita negli ospedali di bambini e giovani malati di cancro. Le storie sono tratte da un romanzo, che ha raccolto altrettanti successi. Ma nulla è inventato. Lo scrittore ha vissuto la sua adolescenza nella stanza di un ospedale a causa di un tumore che gli ha tolto una gamba, un polmone e mezzo fegato.

Crescere più forti

Così, dopo la guarigione, scoperto il valore della verità, ha deciso di scrivere l’esperienza di vita. “Se i politici praticassero la verità, potremmo lottare adesso con più animo”, ha detto.

La fama e il successo non sono arrivati presto. A 22 anni, Espinosa inviò il suo romanzo a 50 case editrici e tutte hanno risposto di no.

Aveva la convinzione di farcela un giorno, anche sul libro, e non mollò. Per lui scrivere è una forma di guarigione: “In ogni scritto lasci traumi di infanzia o vita adulta. All’anno dedico 40 giorni per tornare alla mia infanzia e far sì che il tronco cresca più forte. È più importante capire il caos che fare grandi cambiamenti nella vita”.

Insegnare a vivere e morire

“Per imparare a vivere bisogna imparare a morire, perché la vera tristezza è non vivere intensamente. A scuola dovrebbero insegnare l’amore, il sesso e la morte. Quanto più si parla di morte, più preparati si è per vivere. Morire è la fine, alla gente fa paura parlarne, ma penso che dà molta vita”, ha dichiarato l’autore in un’intervista.

Il diritto all’eutanasia

Sull’eutanasia, Espinosa dice che dovremmo avere “la libertà per morire. C’è chi ha sofferto tanto che non deve fare più niente per dimostrare che è coraggioso”.

“Ogni volta che pubblicano la notizia su qualcuno che vuole morire e le leggi gli proibiscono quella morte degna, non riesco a credere che si permetta un’ingiustizia così grande”, ha detto. “Credo che tutti quelli che abbiamo avuto qualcuno che ha desiderato una morte degna – ha aggiunto -, ci sembra un insulto dovere mendicare un finale giusto”.

Espinosa ricorda le parole di un suo amico in ospedale: “Lui diceva che non è triste morire, è triste non vivere intensamente. In ospedale, quando qualcuno moriva, credevamo che quell’eroe in realtà distraeva il cancro per salvarci ad altri due o tre…”

La scelta dei coraggiosi

“La morte degna – ha detto Espinosaè un diritto che si guadagnano gli eroi che lottano anni contro malattie complesse o contro futuri dolorosi e sono infami chi dice che non è stato coraggioso nella forma in cui ha vissuto… Le leggi mai dovrebbero vietare ai coraggiosi una forma giusta e degna perché quegli eroi si meritano di morire e non nella maniera che i codardi decidono”.