Le leggi italiane in materia di immigrazione e asilo politico spesso si rivelano lacunose e aggirabili, e offrono numerosi appigli e scappatoie ai migranti che ambiscono ad ottenere un visto. Nelle scorse settimane è emerso il caso - segnalato dagli operatori dei centri di accoglienza delle Marche - relativo al fatto che un gran numero di richiedenti asilo si sono dichiarati gay per non essere rimpatriati, in quanto nei loro paesi di origine essere omosessuali è un reato punito con pesanti condanne. Ma ora è emerso alle cronache un caso ben più grave, che non manca di suscitare indignazione. Un individuo presunto responsabile di un omicidio nel suo paese di origine, in Italia ha ottenuto asilo politico ed è a piede libero, in quanto non può essere rimpatriato.

Sia che si tratti di un vero omicida come ritengono i giudici, o che abbia confessato di essere un omicida per ottenere lo status di rifugiato come sospetta la commissione esaminatrice, nel sistema sembra esserci qualcosa da rivedere.

Asilo politico: cosa dice la legge

Le leggi italiane prevedono che coloro che in patria rischiano la pena di morte non possano essere rimpatriati, e questo principio evidentemente vale anche per chi ha commesso un omicidio. È il caso di un 20enne proveniente dalla Nigeria, che nel suo paese sostiene di essersi macchiato di un omicidio, ma che in Italia oltre a non essere imputabile non può nemmeno essere rispedito nella sua nazione di origine, e si è visto concedere da un giudice lo status di rifugiato, dopo che la Commissione glielo aveva negato e lui aveva presentato ricorso. I giudici hanno ritenuto credibile il racconto del presunto omicida, ma nonostante questo è a piede libero come qualsiasi altro rifugiato.

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Solo una piccola parte dei migranti riescono a vedersi riconoscere il diritto di asilo: per chi non proviene da zone di guerra infatti non è facile, nonostante i vari escamotage adottati dai richiedenti asilo. Chi scappa dalla miseria ed è ritenuto "migrante economico" e si vede rigettare la richiesta di asilo, mentre chi è macchiato di reati gravi punibili con la pena di morte riesce ad ottenere lo status di rifugiato. Una legge che sembra "premiare" i delinquenti, commentano in molti sui social.

La decisione del tribunale di Venezia

È stato il profugo stesso a raccontare di essere responsabile di un omicidio, afferma che avrebbe ucciso per evitare che un parente si impadronisse indebitamente di alcuni terreni di proprietà della sua famiglia. Una vera e propria confessione, alla quale però la Commissione che esamina il possesso dei requisiti per il diritto di asilo non aveva creduto, ritenendo il racconto una menzogna finalizzata all'ottenimento della concessione dello status di rifugiato.

L'uomo però si è opposto alla decisione e ha presentato ricorso, come fanno quasi tutti i migranti che si vedono respingere la domanda, in quanto presentare ricorso permette di guadagnare tempo. Il caso è quindi finito in tribunale a Venezia, dove il giudice che ha valutato il caso ha ritenuto credibile la confessione e ha decido di accettare il ricorso, concedendo lo status di rifugiato al richiedente.Il ministero degli Interni ha deciso di presentare appello alla decisione,  ma questo sarà preso in esame solo nel Marzo 2017, e fino a quel momento il presunto omicida potrà soggiornare in Italia, da uomo libero.