La tregua è probabilmente finita in fumo. Nella tarda serata di ieri è stata diffusa la notizia di un bombardamento della coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti ai danni di una base del governo di Damasco nell'est del Paese. Il bilancio è di oltre sessanta morti e circa un centinaio di feriti ed ha ovviamente sollevato le veementi proteste del presidente Bashar al-Assad le cui truppe finorahanno rispettato il 'cessate il fuoco' imposto dagli accordi sanciti tra i rappresentanti per la politica estera di Washington e Mosca.

Il comando militare statunitense ha successivamente reso noto di aver interrotto l'attacco dopo che ufficiali russi sono intervenuti, comunicando che la postazione oggetto del raid non era un avamposto dell'Isis ma dell'esercito regolare siriano.

Le scuse di Washington

Il comando centrale statunitense era convinto di trovarsi di fronte ad una postazione del Califfato e l'attacco è stato ordinato senza alcun indugio. Un grave errore di cui Washington si assume tutte le responsabilità. "Abbiamo fermato i raid aerei - è la nota diffusa poche ore dopo - quando ufficiali russi ci hanno avvisato della possibilità di aver colpito militari e mezzi dell'esercito siriano. Le forze della coalizione non colpirebbero mai intenzionalmente unità militari siriane".

La Casa Bianca ha espresso "rammarico per la perdita non intenzionale di vite umane" ed ha fatto sapere di aver mandato un messaggio di cordoglio al governo di Damasco attraverso la Russia, sottolineato che "gli Stati Uniti continueranno a rispettare la tregua". Chiaro che sull'episodio dovrà essere fatta luce al più presto, al momentola difficile tregua aveva retto seppur i russi, nei giorni scorsi, hanno denunciato parecchie violazioni da parte delle milizie ribelli e Vladimir Putin non ha perso occasione per accusare gli Stati Uniti di non aver rispettato uno dei punti fondamentali dell'accordo, quello di porre una distinzione tra i ribelli "moderati" e le milizie dell'ex Fronte Al Nusra.

"In questo modo le forze terroristiche hanno la possibilità di riorganizzarsi", ha tuonato il capo del Cremlino. Una dichiarazione giunta in risposta a Barack Obama che aveva a sua volta accusato i russi ed il regime siriano di non aver permesso ai convogli umanitari di giungere nelle città sotto assedio.

Le pesanti accuse di Assad ed i sospetti di Mosca

L'alta tensione tra le due superpotenze ed il reciproco scambio di accuse ha fatto dunque da preludio a quest'ultimo, gravissimo episodio che, probabilmente, ha posto fine alla tregua.

Bashar al-Assad non ha usato mezze misure, per il rais di Damasco l'attacco statunitense è "intenzionale". Oltretutto la base colpita è quella di Deir el-Zor, strategicamente molto importante per l'esercito siriano. "I raid aerei hanno colpito la nostra base provocando vittime e danni alle apparecchiature e consentendo inoltre la possibilità ai miliziani dell'Isis di avanzare sulla collina che domina la struttura. Si tratta - ha aggiunto - di un attacco grave e palese alla Siria ed al suo esercito ed è la prova del sostegno degli Stati Uniti all'Isis ed a tutti gli altri gruppi terroristici".

Evidente che Assad non crede all'errore ed in fin dei conti quanto accaduto ha inflitto un grave danno ad una postazione molto importante dell'esercito governativo. Il bilancio ufficiale è stato successivamente fornito da Igor Konaschenkov, portavoce del ministero della difesa di Mosca, e indica in 62 le vittime dell'attacco tra i militari siriani mentre il numero dei feriti avrebbe superato le cento unità. Non ci sono indicazioni in merito ai Paesi di appartenenza dei velivoli responsabili, due F16 e due A10 che potrebbero essere partiti dal vicino Iraq, ma c'è la certezza dell'appartenenza alla coalizione internazionale.

In merito Mosca ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell'Onu e secondo l'agenzia di stampa Tass ci sarebbe addirittura il sospetto del Cremlino che "gli Stati Uniti stiano difendendo lo Stato Islamico".

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