Poco più di dieci giorni fa il mondo aveva tirato un sospiro di sollievo dopo l'accordo tra Stati Uniti e Russia che aveva sancito la tregua in Siria. Che ci fossero delle incognite era chiaro a tutti, ad essere sinceri il regime di Damasco ha rispettato quanto stabilito a Ginevra fino a quando gli aerei della coalizione a guida USA non hanno bombardato la base di Deir el-Zor, uccidendo oltre novanta militari siriani. Un tragico errore al quale né Bashar al-Assad e né il suo prezioso alleato russo hanno creduto fino in fondo.

La risposta è stata la ripresa dell'offensiva sulle città assediate, caratterizzata da una furia cieca che ha portato ad altri due tragici errori, costati la vita a componenti dei convogli umanitari ed operatori sanitari siriani. 

Tutti accusano tutti

Damasco e Mosca hanno negato di essere responsabili del raid che ha colpito il convoglio umanitario diretto ad Aleppo ed hanno scaricato la colpa sui ribelli.

Le conclusioni preliminari dell'inchiesta aperta dalle Nazioni Unite fanno però propendere per la prima ipotesi, quella di un bombardamento aereo. I ribelli hanno accusato Assad di aver interrotto la tregua, Assad e la Russia hanno additato i ribelli di averla ripetutamente violata nei giorni addietro. Il presidente russo Vladimir Putin ha inoltre sottolineato che Washington per prima non ha rispettato i punti dell'accordo, peraltro mai resi pubblici in versione cartacea, che prevedevano di "isolare" le milizie jihadiste dell'ex Fronte Al Nusra per le quali non era previsto nessun 'cessate il fuoco'.

Ma che questo sarebbe stato un bel problema per gli Stati Uniti era evidente fin dall'inizio. A differenza del regime di incondizionata fiducia tra Putin ed Assad, Washington non controlla i ribelli tra i quali ormai c'è ben poco di moderato.

Gli islamisti sono ormai la spina dorsale dell'opposizione

Barack Obama, che ieri durante il suo ultimo discorso all'ONU da presidente degli Stati Uniti ha criticato pesantemente la politica estera di Mosca, dovrebbe avere l'onestà intellettuale di ammettere che la situazione è ormai sfuggita di mano alla Casa Bianca.

Gli States non hanno più alleati affidabili in Siria: il "Nuovo esercito siriano" dislocato al Sud del Paese conta appena 300 unità, i combattenti dell'Esercito siriano libero fedeli alleati della Turchia hanno accolto con sputi ed insulti le truppe statunitensi nel Nord del Paese e le milizie curde del Fronte Democratico Siriano, l'unica forza che sul campo si è dimostrata realmente utile agli Stati Uniti, sono state messe fuori gioco dall'intervento militare diretto della Turchia e "sacrificate" sull'altare di un'alleanza con Ankara che è davvero molto presunta.

Quel che resta della rivolta contro il regime di Damasco è praticamente in mano alle milizie islamiste dell'ex Fronte Al Nusra ed è questo il motivo per cui un loro distacco da un'opposizione moderata ormai inesistente decreterebbe la vittoria definitiva dell'asse russo-siriano.

La Russia potenzia l'arsenale bellico

Obama ha accusato Putin di "voler riconquistare con la forza la gloria passata della Russia".

Quasi a voler confermare questa parte del discorso pronunciato ieri dal presidente americano davanti l'Assemblea delle Nazioni Unite, Vladimir Putin ha deciso di potenziare il suo arsenale bellico in Siria. Il Cremlino ha infatti annunciato che la portaerei "Kuznetsov", fiore all'occhiello della marina militare russa, sarà dispiegata davanti le coste siriane insieme alle altre sei navi da guerra e tre di sostegno logistico di cui Mosca dispone nel tratto di mare mediorientale. L'arrivo di un colossale mezzo navale in grado di trasportare fino a 52 aerei equivale ad una risposta secca verso coloro i quali si dicono ancora convinti che in Siria è possibile una soluzione diplomatica. Il paradosso di tutta la questione è legato alla guerra all'Isis di cui praticamente non si parla più ed è l'unico elemento che, teoricamente, unirebbe tutte le parti belligeranti. 

Segui la nostra pagina Facebook!
Leggi tutto