Il dittatore Kim Jong-un dichiara di essere pronto alla guerra nucleare minacciando persino l'alleato cinese e continua a potenziare i suoi arsenali. Gli americani hanno il problema di non poter distruggere in un colpo solo il reticolo sotterraneo di batterie missilistiche dell’avversario che sono montate in gran parte su rampe mobili per assestare colpi di coda devastanti a Corea del Sud, Giappone e alle truppe americane del settore.

Le manovre dietro le quinte

Il governo di Pechino è direttamente coinvolto nella crisi e osserva preoccupato lo scenario. L’arma di pressione che può imporre un freno alle provocazioni nordcoreane è principalmente economica perché la Cina fornisce al regime di Pyongyang circa l’80% della tecnologia e dei generi alimentari. Le autorità cinesi considerano, al contrario, il rovesciamento di Kim Jong-un una soluzione estrema nel timore che si scateni il caos politico e un afflusso ingestibile di profughi.

Nonostante i rapporti tesi tra Cina e Stati Uniti, alimentati dai toni aspri del presidente Trump durante la campagna elettorale, il ghiaccio sembra essersi parzialmente rotto durante il vertice del mese scorso a Washington. L’assenza di una conferenza stampa congiunta ha alimentato il sospetto di mancato riavvicinamento tra le due potenze, ma è indubbio che ci sia parecchia carne al fuoco con molti angoli da smussare.

Bastone militare o carota economica?

Il presidente Xi Jinping invita gli americani alla calma sul fronte coreano ma il suo ruolo di garante di Pyongyang lo espone al rischio di un pericoloso braccio di ferro con gli americani che può sfociare in una guerra commerciale disastrosa. I recenti toni sempre più bellicosi del dittatore preoccupano ulteriormente e, in effetti, Kim Jong-un sembra addirittura pronto a mordere la mano cinese che lo nutre e a mettersi in rotta di collisione con l'unico interlocutore e pilastro del suo regime.

L’offerta distensiva rivolta dalla Cina nelle scorse settimane agli Stati Uniti riguarderebbe un ventaglio di aperture: dalla finanza all’importazione di prodotti americani, fino alla cooperazione nelle infrastrutture e alla proposta di un nuovo negoziato per risolvere la crisi. Le dichiarazioni d’intenti non sono ancora definite ma Il presidente Trump ha ricambiato l’apertura smorzando i toni in merito alle accuse di manovre speculative della valuta cinese a danno del made in Usa e ha ammesso che agirà da solo esclusivamente se mancherà l’aiuto di Pechino.

La possibile riduzione dei dazi d’importazione sui prodotti americani rappresenterebbe una svolta nella politica del dragone aprendo nuovi scenari negli scambi commerciali. E' un’occasione troppo ghiotta per la casa bianca che punta ad aprire una breccia nelle politiche protezionistiche cinesi dopo aver minacciato di usare la stessa arma economica nell’interesse degli Stati Uniti.

Una partita tutta da giocare

Nel Mar cinese orientale si assiste a una partita a scacchi rischiosa, tuttavia la crisi coreana si sviluppa sullo sfondo di una strategia più ampia.

La logica è dettata, in realtà, dalla diplomazia sotterranea che lancia segnali importanti per non farsi suggestionare dalle esibizioni muscolari o dalla paura di catastrofi nucleari inevitabili.

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