In questi giorni il genocidio della popolazione musulmana dei rohingya è stato oggetto di dibattito tra due dei più importanti Premi Nobel per la Pace che hanno dimostrato più o meno esplicitamente le loro differenti visioni di fronte ad una palese violazione dei diritti umani.

La politica birmana aung san suu kyi, che si è espressa sempre in maniera molto veemente sulla questione delle violazioni dei diritti umani, ha invece negato la presenza di violenze diffuse nella regione dei Rohingya. Secondo il Nobel per la Pace nel 1991, si sarebbe trattato in questo caso di una "disinformazione" sulla vicenda e di casi isolati di violenza che non possono essere ricompresi nella più generica definizione di "pulizia etnica".

Aung San Suu Kyi aveva infatti dichiarato che le informazioni diffuse sulla popolazione musulmana sono prevalentemente false e create appositamente per rendere problematica la convivenza all'interno della stessa comunità birmana.

Casi isolati o violenza diffusa?

Le parole di Aung Sang Suu Kyi, che erano state espresse in modo deciso durante una telefonata con Il presidente turco Erdogan, avevano lasciato perplessa la popolazione birmana. I Rohingya da anni subiscono persecuzioni a causa della loro religione musulmana in un paese quasi al 90% buddhista.

Da alcuni attivisti indonesiani (l'Indonesia è il più popoloso paese musulmano al mondo) per i diritti umani è persino giunta la richiesta della revoca del Premio Nobel alla leader politica birmana.

Il genocidio dei Rohyngya

A favore dei Rohingya si è schierata apertamente Malala Yousafzay, anche lei Premio Nobel per la Pace (nel 2014), che si è mostrata fin da subito amareggiata dall'apparente indifferenza dimostrata dalla politica birmana nei confronti delle persecuzioni etniche e razziali perpetrate contro la popolazione musulmana.

L'attivista pakistana ha infatti dichiarato come la popolazione dei Rohingya in Myanmar subisca una repressione continua e persistente che deve essere presa necessariamente in considerazione. Secondo quanto riportato dai maggiori attivisti musulmani, guidati dalla loro leader, la scelta di Aung San Suu Kyi di rimanere in silenzio di fronte alle persecuzioni etniche dei Rohingya sarebbe stata dettata dalla sua appartenenza buddhista. La politica birmana, con il suo comportamento, vorrebbe evitare di inimicarsi la maggioranza della popolazione del suo paese, che è ostile ai musulmani.

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