Un popolo dimenticato quello dei rohingya, minoranza etnica presente sul territorio Birmano, ed in particolare in quello della regione occidentale di Rakhine. Secondo più fonti, il popolo di fede musulmana sunnita affonderebbe le sue origini nel VIII secolo d.C., quando navigatori e commercianti arabi giunsero nella regione a nord-est del Golfo del Bengala. Altre fonti affermano che i Rohingya sarebbero il frutto dell’unione delle prime comunità di inglesi stanziatesi nella regione e dei mercanti arabi.

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I tratti somatici, vicini a quelli indo-bengalesi, ma soprattutto la religione sono stati sempre motivi di duri scontri con il governo centrale Birmano, già a partire dal XVIII secolo quando la Birmania conquistò la regione dove in maggioranza vivevano i Rohingya.

La situazione nell’ultimo cinquantennio

I Rohingya sono considerati uno dei popoli più vessati al mondo ed allo stesso tempo tra quelli meno conosciuti.

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Sono pochi, infatti, quelli che nel mondo occidentale sono a conoscenza di questa popolazione frutto del 'melting-pot' costituito da autoctoni, arabi e inglesi. La Birmania, stato buddhista con forti radici storico culturali ben lontane da quelle del 'disgraziato' della regione cintura di Rakhine, ha sempre negato ogni tipo libertà agli appartenenti di questa comunità. La maggior parte dei Rohingya non gode della cittadinanza birmana, rendendo tali individui dei veri e propri fantasmi all’interno della società del paese asiatico.

Le violazioni umane nei confronti di tale popolo sono numerose si va dalla violenza fisica e verbale, alla confisca arbitraria di beni ed alla loro distruzione, fino alla riduzione in schiavitù. Molti membri della comunità musulmano-birmana sono così costretti a dover fuggire dalle loro terre natie per trovare rifugio principalmente in Bangladesh, ma anche in altri paesi di religione musulmana come il Pakistan o l’Arabia Saudita. Una tragedia nella tragedia, se consideriamo la dittatura militare, presente nel paese per decenni.

E le cose non vanno di certo meglio da quando si è insediato il governo dell’eclettico economista filo-democratico Htin Kyaw, amico di vecchia data e fedelissimo collega del premio Nobel per la pace ‘91 Suu Kyi.

Il punto di vista del Governo Birmano

Attraverso la voce della figura più conosciuta della Birmania: Aung San Suu Kyi, si fa sapere che il governo Naypijdaw non intende ascoltare le sollecitazioni che arrivano da ONG e comunità internazionale per quanto riguarda la nuova crisi umanitaria che sta interessando i Rohingya, più di 18.000 si sono riversati negli ultimi giorni al di là del confine del Bangladesh.

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Sono parole di fuoco quelle di Suu Kyi che accusa i membri di alcune ONG di aver aiutato la comunità Rohingya nelle rivolte intestine contro il governo birmano. In più vengono accusati di essere dei pericolosi terroristi, e di utilizzare bambini soldato (che perlopiù sono armati di armi bianche). Per quanto riguarda le accuse mosse dai Rohingya, verso l’esercito e gli estremisti buddhisti, nessuna conferma dal governo birmano – come si poteva facilmente immaginare -.

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L’estremismo Islamico presso i Rohingya:

Tra i Rohingya, popolo vittima delle vessazioni gratuite e secolari di un’intera nazione, nell’indifferenza del mondo intero, si è creata una realtà definità ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army) che ha come scopo principale quello di creare una realtà politica, geografica e religiosa indipendente dal governo centrale della Birmania. E se dal Governo birmano tale gruppo militare viene definito come fucina per pericolosi terroristi ed estremisti di stampo islamico, gli stessi attraverso la voce del loro leader Ata Ullah affermano di essere un gruppo mosso soltanto dalla voglia di non subire più gli ingiusti attacchi da parte del governo centrale.

Una situazione quella del popolo musulmano originario del Golfo del Bengala che sembra essere un tragico scenario già vissuto decine di volte nella nostra storia recente, e in quella meno recente. Analizzando il perché della nascita di gruppi paramilitari di stampo indipendentista in giro per il mondo, come l’ARSA, possiamo sicuramente ritrovare come collante la volontà di fuori uscire da una situazione di persecuzione sociale. L’estremismo, poi nella maggior parte delle volte di stampo religioso, si intrufola meschinamente in contesti dove la frustrazione, la rabbia sociale e il risentimento sono il quotidiano. Se poi a tutto questo aggiungiamo una vita fatta di secolari violenze, privazioni, ignoranza, ghettizzazione, possiamo facilmente comprendere verso quali tragici scenari ci stiamo avvicinando.

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