Sono passati 14 anni, ma finalmente la Cassazione fa chiarezza su un caso di suicidio che aveva anche avuto notevole risalto per l'opinione pubblica, per il luogo in cui era avvenuto. I giudici hanno infatti condannato al risarcimento dei danni il Comune di Roma, che dovrà riconoscere l’indennizzo alla famiglia del vigile urbano che 2003 si tolse la vita in ufficio. Tutti sapevano, tranne il collega a cui fu "sottratta" la pistola per il folle gesto, che l'agente di polizia municipale era depresso e che aveva manifestato l'intenzione di suicidarsi più volte, per questo motivo gli era stata anche tolta la pistola d'ordinanza, per evitare che potesse compiere gesti inconsulti.

Nel 2003, però, ritrovatosi in ufficio riuscì a prendere un'altra pistola da un armadietto e si tolse la vita, proprio mentre era nei locali della motorizzazione civile nei quali prestava servizio. Il collega che era con lui non era stato avvertito dai suoi dirigenti della pericolosità per se stesso del vigile e non aveva provveduto a nascondere l'arma, elemento che si è rivelato essenziale ai fini della sentenza dopo la lunga battaglia dei familiari.

Un processo lunghissimo

In primo grado il Tribunale capitolino non aveva riconosciuto il diritto della famiglia del vigile urbano di ottenere il risarcimento dei danni per la morte dell'agente, ma la moglie e la figlia non si sono arrese e hanno deciso di proseguire la loro battaglia contro la sentenza dei giudici, ricorrendo alla Corte d'Appello.

Nel secondo grado di giudizio, con sentenza del 2015, era stato riconosciuto che il Comune avesse delle responsabilità per non aver blindato gli armadietti degli uffici frequentati dal vigile per lavoro e quindi, pur sapendo delle difficoltà psicologiche dell’agente, non aveva preso precauzioni affinché lo stesso non entrasse il contatto con le armi.

Il ricorso in Cassazione

Una decisione non accettata dal Comune di Roma che si è rivolto alla Cassazione, ma i Giudici hanno ritenuto inammissibile il ricorso in quanto era stato già accertato in Appello che il collega titolare della pistola non era stato informato del pericolo e non era a conoscenza dei problemi del vigile che si è poi suicidato.

Per tale motivo non sono stati ravvisati vizi procedurali nelle fasi del processo e la Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d'Appello che impone il Comune di Roma a risarcire la famiglia dello sfortunato vigile.