Le violenze fisiche, come tutti sappiamo, sono estremamente riprovevoli, e quando a farne le spese sono i bambini, diventano anche ripugnanti. Uno dei casi che ha sicuramente generato maggior scalpore è stato quello verificatosi il 23 novembre 2017: una maestra elementare, figura che dovrebbe infondere sicurezza e protezione, è stata arrestata dai carabinieri perché, dalle decine di ore di girato, è emerso che era solita perpetrare sevizie e violenze sui suoi alunni. Indipendentemente dal contesto scolastico e dalle motivazioni (se così si possono definire) della donna, il focus attentivo principale è da porre sul perché i piccoli pargoli si trovino, spesso e volentieri, impossibilitati o fortemente limitati nel denunciare ai propri genitori tali violenze.

Le violenze che hanno come vittime dei bambini, però, rendono necessario specificare a priori che, qualsiasi sia la situazione, a nessuno di loro va data la colpa per ciò che avviene (mancata denuncia compresa) poiché, loro in primis, sono vittime di conseguenze a breve, medio e lungo termine, sia dal punto di vista psicologico che da quello fisico. La realtà dei fatti è che i minori in questione mandano segnali espliciti della condizione che stanno vivendo, segnali che però possono facilmente essere ignorati o scambiati per qualcos'altro.

Il regime del terrore

Il regime del terrore è una nomea presa in prestito dal periodo della rivoluzione francese, in grado di descrivere perfettamente l'atmosfera che si instaura tra vittima e carnefice.

La paura di ritorsioni verso se stesso o verso la propria famiglia (ritorsioni che possono essere sia di tipo fisico, con violenze e percosse, sia di tipo morale, come insulti o frasi di scherno) portano il piccolo a tacere, a far passare per normale ("i miei genitori dicono che devo andare a scuola perché bisogna farlo, e quindi tutto quello succede lì dentro deve, di fatto, succedere") ciò che in realtà normale non è. A subentrare, in queste situazioni, è anche la paura di sfigurare o di essere sgridato: "se a tutti i bambini tocca la stessa sorte ed io mi ribello o mi lamento, attirerò su di me - pensa il malcapitato - le ire dei miei genitori o degli altri compagni (mi derideranno perché non sono abbastanza "grande" da sopportare ciò che sta accadendo)".

Che avvenga in modo consapevole o meno, i carnefici sfruttano le debolezze delle loro vittime proprio sotto questi punti di vista: "se denuncio, chi sono io per essere ascoltato, chi mi crederà (proprio il fatto che i segnali lanciati non vadano a buon fine è indice di come il timore di non essere presi sul serio abbia un triste fondo di verità)". Possiamo solo immaginare quanto queste limitazioni psicologiche possano avere effetto su bambini di 3 anni, come nel caso preso in esame in precedenza.

Come cambia un bimbo vittima di violenze

Come cambia il comportamento di un minore che subisce violenze? Innanzitutto questi sarà portato ad essere visibilmente meno allegro, attivo e spensierato, si chiuderà in se stesso, limiterà gli spazi comunicativi e, come conseguenza estrema, si troverà talvolta a vivere una primordiale "Sindrome di Stoccolma": la vittima passerà da uno stadio di incredulità ad uno di attesa di "essere liberato" dal peso che lo opprime, liberazione che, però, se non si verifica tempestivamente, porta il piccolo a perdere fiducia in tutti coloro che avrebbero potuto o dovuto aiutarlo.

Nel caso in cui l'infante si trovi in età prescolare, questi manifesterà il proprio disagio attraverso rappresentazioni di storie violente, piene di colori cupi e di "mostri" che lo atterriscono o dai quali ha bisogno di essere salvato (tutto ciò avverrà principalmente ma non unicamente in questa fase dello sviluppo). Cambieranno i suoi scenari di gioco (anche questi diverranno cupi e violenti), e talvolta il ragazzino sarà portato a veicolare le proprie sofferenze attraverso un "feticcio" altamente simbolico (un qualsiasi tipo di gioco o elemento che siano famigliari): faccio soffrire una bambola, per esempio, per le stesse pene per le quali soffro io (mi identifico nel carnefice e creo quindi un mondo mio all'interno del quale non soffro e posso vendicarmi di quanto subito, infliggendolo a qualcun altro o qualcos'altro).