È una situazione delicata quella che sta vivendo lo stato del Myanmar negli ultimi anni con la minoranza musulmana dei Rohingya, definita dalla UE la minoranza più perseguitata al mondo, costretti a vivere in situazioni estremamente disagiate in uno Stato che non fa nulla per evitare la ghettizzazione, le violenze e le deportazioni a loro carico. Papa Francesco ha incontrato la Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi in uno scambio di opinioni durato poco meno di trenta minuti ma che potrebbe aver messo importanti radici per una nuova politica di integrazione.

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Rispetto e voglia di cambiamento

È il suo secondo giorno di visita in Birmania per Papa Francesco, un viaggio a lungo cercato, il primo di un Papa in Myanmar, il 21esimo internazionale di Papa Bergoglio, che ha dato la possibilità al pontefice di entrare in diretto contatto con la delicatissima situazione che da almeno un lustro si è venuta a creare nel Paese.

L'incontro, che si è tenuto all'interno del palazzo presidenziale della capitale Nay Pyi Taw, si è aperto con le parole di benvenuto pronunciate in italiano da Aung San Suu Kyi.

“Grazie per essere venuto qui da noi - ha aperto la 'Signora' birmana che poi sottolinea la capacità di questo incontro - di ravvivare la fiducia nel potere e nella possibilità di pace”.

La consigliera Suu Kyi, insignita nel 1991 del premio Nobel per la pace per il suo impegno sociale nella difesa dei diritti umani sulla scena nazionale del suo Paese, è stata recentemente investita di pesanti critiche per la sua non presa di posizione nei confronti della situazione che si è venuta a creare all'interno del Myanmar.

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Critiche che hanno colpito di riflesso anche l'incontro con Papa Francesco durante il quale non è mai stato nominato il popolo dei Rohingya anche se il Santo Padre ha parlato esplicitamente di integrazione delle minoranze etniche sottolineando come gli sforzi debbano muoversi verso un futuro di pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro di una società che dovrebbe rispettare e integrare ogni gruppo etnico attraverso lo stato di diritto e un ordine democratico, per permettere a tutti, individui o gruppi che siano, di proporre il proprio contributo per il bene comune.

Di contro anche in questa occasione il premio Nobel birmano non ha voluto mai pronunciare il nome del popolo perseguitato anche se ha fatto chiaro riferimento al Rakhine, lo Stato dove vivono i Rohingya, parlando di sfide che richiedono forza, pazienza e coraggio per “fare emergere la bellezza delle nostre diversità, e farne la nostra forza, proteggendo i diritti, perseguendo la tolleranza, assicurando sicurezza per tutti”.

Il pensiero del Papa

Durante il suo intervento il Papa ha sottolineato l'importanza della presenza della comunità cattolica nel Paese incoraggiando il dialogo con tutte le minoranze.

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“Il popolo birmano ha molto sofferto e tuttora soffre, a causa di conflitti interni e di ostilità che sono durate troppo a lungo e hanno creato profonde divisioni. La guarigione di queste ferite si impone come una priorità politica e spirituale fondamentale" ha augurato il Santo Padre, aggiungendo poi la speranza che questa visita possa raggiungere l'intera popolazione del Myanmar ed essere uno stimolo per tutti coloro che si stanno muovendo verso un futuro di giustizia.

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Il Myanmar è stato benedetto con il dono di una straordinaria bellezza e di numerose risorse naturali, ma il suo tesoro più grande è certamente il suo popolo” ha concluso il Santo Padre considerato dalla consigliera birmana uno tra i 'buoni amici' il cui sostegno assume un valore inestimabile.

La situazione birmana

I Rohingya sono un piccolo gruppo di fede musulmana, la maggior parte del quale vive nello stato del Rakhine, che ufficialmente non è neanche riconosciuto dal Myanmar, all'interno di una zona a netta maggioranza buddhista. Nel 1982 è stata tolta loro la cittadinanza perchè considerati da alcuni come immigrati dal Bangladesh. Da qui importanti limitazioni per loro in tema di sanità, istruzione, proprietà privata, senza contare che non hanno diritto di voto. Dal 2016 lo Stato ha addirittura ritirato loro le carte d'identità temporanee rendendoli effettivamente apolidi con le conseguenti ghettizzazioni e persecuzioni esasperate dal 2012 quando tre ragazzi musulmani furono accusati di aver stuprato una donna buddhista.

Attualmente Aung San Suu Kyi ricopre molteplici cariche nel governo Birmano. Oltre ad essere Consigliere infatti, riveste il ruolo di Ministro degli affari esteri e Ministro dell'Ufficio del Presidente ma è stata aspramente criticata anche dall'ultimo premio Nobel per la pace Malala Yousafzai per la sua indifferenza apparente nei confronti della situazione interna del Paese.

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